la città che vive

20 Febbraio 2012 Nessun commento


Convegno organizzato da Artestoria
La città che vive, Conegliano, 17 febbraio 2012
Sintesi delle relazioni

Edoardo Demo, La politica fiscale della Serenissima e la sua ricaduta sul territorio

Edoardo Demo insegna Storia Economica e Storia del Commercio presso la Facoltà di Economia dell’Università di Verona, ateneo presso il quale ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia Economica nel 1999. Ha condotto periodi di studio e di ricerca presso università americane e francesi. Si occupa di storia economica e sociale della terraferma veneta tra tardo medioevo ed età moderna. Tra le sue pubblicazioni, oltre ad una cinquantina di saggi e articoli riguardanti prevalentemente il mondo mercantile nell’Italia settentrionale dei secoli XV-XVIII, si segnalano la monografia dal titolo L’«anima della città». L’industria tessile a Verona e Vicenza (1400-1550) (2001), e l’edizione critica e filologica, corredata di commento, del Registro XXII del Senato veneziano (Venezia- Senato. Deliberazioni miste. Registro XXII (1344-1345), 2007).

Nel suo intervento, Edoardo Demo ha delineato le caratteristiche principali dell’economia della terraferma veneta tra XV e XVIII secolo, con particolare riferimento al territorio di Conegliano, e i principali settori manifatturieri, artigianali e commerciali che hanno contraddistinto quest’area.
A fronte della tradizionale immagine di un Veneto rurale e agricolo, emerge tuttavia anche una presenza manifatturiera di alto rilievo e fortemente portata alla produzione per l’esportazione.
Il professor Demo ha utilizzato tre efficaci immagini per descrivere il periodo storico che va dal XI al XVIII secolo: la prima fase, quella tra 1100 e 1500, ha visto il territorio del Veneto al primo posto in Europa da un punto di vista economico, una fase ricca e attiva, di forti progressi, paragonabile a una lepre in corsa; più lenta invece la fase tra 1600 e 1700, come una tartaruga, che ha visto emergere altri paesi a livello internazionale; invece l’Italia (e il Veneto) del 1800 fu come un sasso, fermo, privo di attività industriali di un certo rilievo.
Il primo punto analizzato è stato quello della demografia. La terraferma veneta fu contrassegnata da un alto tasso di urbanizzazione. Venezia, nel XVI secolo, era una megalopoli, con 150.000 abitanti, una delle città più popolate d’Europa. In più, nei suoi domini di terraferma, c’erano altri grandi centri, con 50.000 abitanti (Verona e Brescia) e tanti altri di dimensioni rilevanti, come Padova, Vicenza, Udine: un territorio con elevata densità urbana, che si registrò soprattutto nella fascia pedemontana, tra Vicenza e Treviso. Come ha sottolineato Demo, la terraferma veneta è fatta di tante città che consumano e producono: nel ‘400 e ‘500 quest’area è floridissima e molto sviluppata.
Demo è passato così a esaminare i fattori che hanno permesso questo sviluppo e questa crescita.
L’area pedemontana, rispetto all’area a sud delle grandi città, ha sviluppato una forte predisposizione all’attività manifatturiera e all’artigianato, per la disponibilità di risorse naturali: in primo luogo l’acqua, elemento vincente, che muove gli impianti di trasformazione (i mulini) impegnati per molteplici attività. Altre materie prime, utilizzate per la realizzazione di prodotti finiti, erano la lana, derivata dall’allevamento bovino; la seta, derivata dalla gelsibachicoltura; i metalli e il legname.
Per quanto riguarda le manifatture, nella terraferma veneta si registrò una vasta presenza manifatturiera, in modo particolare orientata verso l’industria tessile: i due settori economici principali erano quelli del lanificio e del setificio.
Nell’ultima parte del suo intervento, il professor Demo ha posto l’attenzione sul sistema economico, finanziario e commerciale sviluppato tra XIII e XIV secolo dai mercanti: l’esportazione e il commercio di prodotti venne favorita e incrementata grazie all’utilizzo di nuove pratiche d’affari (come la partita doppia, la lettera di cambio e di credito, i libri contabili) e l’utilizzo di una rete di vendita flessibile ed efficiente (come le filiali).
Ne è emersa una realtà variegata, dove l’economia, la produzione e la produttività hanno giocato un ruolo importante, grazie al territorio: la terraferma veneta in questo periodo si è arricchita non solo dall’attività agricola, ma anche (e soprattutto) grazie a uomini d’affari e produttori d’esportazione che hanno contribuito a costruire palazzi, ville, città.

Giorgio Reolon, Esempi di cultura materiale nell’arte

Giorgio Reolon è nato a Belluno nel 1985; si è laureato nel 2010 in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici presso l’Università di Venezia. Collabora con varie riviste bellunesi (il settimanale «L’Amico del Popolo», «Dolomiti», «Archivio storico di Belluno, Feltre e Cadore»). Nel 2011 ha collaborato con l’Ufficio arte sacra della diocesi di Belluno-Feltre nel lavoro di catalogazione del patrimonio artistico diocesano. Ha svolto visite guidate nelle mostre su Brustolon (2009) e Cima da Conegliano (2010).

Giorgio Reolon, nel suo intervento, ha letto una selezione di opere d’arte, tra 1300 e 1700, dal punto di vista della cultura materiale e del contesto. Il tema della cultura materiale (gli aspetti materiali e visibili di una cultura) nell’arte si può esaminare da due punti di vista: l’opera d’arte come manufatto e prodotto di una cultura e società, quindi parte della cultura materiale; l’opera d’arte come documento e testimonianza del contesto storico e culturale che l’ha prodotta. Reolon ha messo in evidenza l’importanza di guardare i dettagli nei dipinti, dai quali emergono inserimenti e tracce della cultura materiale, rivelandosi preziose informazioni per conoscere e ricostruire la vita materiale passata. Le opere d’arte sacra ci restituiscono molti di questi aspetti materiali, perché nei secoli passati la religione era intesa come dimensione quotidiana: da qui la pratica (chiamata devotio moderna) di attualizzare l’episodio sacro e il santo nella realtà quotidiana del pittore e del committente, per vivere più intensamente l’esperienza della fede: questo si vede bene nella Sant’Elena di Cima da Conegliano, dove la santa veste come una donna di fine ‘400 ed è inserita in una puntuale veduta di Conegliano. La pittura veneta tra ‘400 e ‘500 ha risentito molto della pittura fiamminga, caratterizzata dal realismo, dall’attenzione per i particolari e dalla dimensione quotidiana e domestica. Su questa linea, la fiorente bottega dei Bassano ha prodotto nel XVI secolo molti dipinti a destinazione privata, in cui il tema del sacro si inserisce nell’ambiente veneto cinquecentesco, con la presenza di “masserizie” della casa e di lavori (come nel tema delle Stagioni), per giungere a fine secolo alla rappresentazione di scene autonome di vita popolare e quotidiana. Gli oggetti inanimati diventeranno protagonisti nel genere della natura morta, apprezzato da un pubblico borghese, che avrà successo tra ‘600 e ‘700. Altri aspetti della cultura materiale che emergono dalle opere d’arte sono gli abiti, riscontrabili soprattutto nel genere del ritratto (come in Tiziano e Lotto), che insieme a particolari accessori esibiti ci segnalano la condizione sociale, il ruolo e l’ambiente culturale della persona ritratta; e infine la dimensione urbana, la rappresentazione della città: sono state mostrate due diverse immagini di Venezia, una quattrocentesca di Carpaccio e una settecentesca di Canaletto.

Giuliano Galletti, Città e campagna nel XVIII secolo

Giuliano Galletti è nato a Brescia nel 1958. Si è laureato in lettere (indirizzo storico) all’Università di Padova nel 1982 con una tesi sull’epidemia di peste del 1630 nel Coneglianese. Dal 2001 insegna italiano e latino presso il Liceo scientifico “Marconi” di Conegliano. Ha pubblicato numerose ricerche sulla storia veneta nell’età moderna, occupandosi prevalentemente di demografia storica e storia sociale, collaborando in particolare con la rivista «Storiadentro», e curando lavori collettivi sulla storia di alcuni comuni del Coneglianese.

Al centro dell’intervento di Giuliano Galletti c’è stato il territorio della campagna di Conegliano nel Settecento, un secolo caratterizzato dalla crisi, da una agricoltura arretrata e da un forte divario tra popolazione ricca e povera. La popolazione nella campagna fu in crescita, portando la città ad avere un minor peso.
Il secolo XVIII iniziò con un’avversa situazione climatica, la spaventosa gelata del 1709, che mandò in rovina la viticoltura. La crisi agricola, come ha sottolineato Galletti, derivò da uno squilibrio tra la capacità di produrre attraverso l’agricoltura e la popolazione che deve consumare questi prodotti. All’origine della crisi c’è stata, a metà Seicento, la vendita dei beni comunali, terreni che erano ampi e ricchi e che erano sfruttati collettivamente da tutti gli abitanti, rivelandosi una fonte essenziale del benessere del territorio. A causa dei costi della guerra contro i Turchi, Venezia fece una rilevazione precisa di questi beni, che vennero venduti. L’eliminazione dei bemi comunali portò a un nuovo ceto di proprietari terrieri, fatto soprattutto di nobili veneziani, non più direttamente coinvolti nel lavoro, e aumentò la superficie dei seminati e delle vigne. Il catasto veneziano del 1740 registrò da una parte una grande presenza di piccoli proprietari, che però possedeva una piccola parte del territorio, dall’altra i grandi proprietari, che nonostante il numero minore controllavano un’ampia fetta del patrimonio.
Galletti ha poi illustrato un particolare utilizzo del terreno agricolo diffuso in questo periodo, la piantata, che però si rivelò una forma di coltivazione non produttiva e un sistema non economicamente funzionale, che portò a uno sfruttamento esagerato del suolo.
I prodotti principali di questo secolo sono quelli coltivati precedentemente, tra cui il vino, che però registrarono un calo della qualità in favore della quantità. Unico settore di una certa vivacità fu quello dell’allevamento dei bachi, con la coltivazione del gelso. I tentativi di far fronte alla crisi, come quelli dell’Accademia agraria di Conegliano o di particolari proprietari illuminati come Nicolò Tron, portarono a poco. Il Settecento, come è emerso dall’intervento di Galletti, ha significato una situazione di complessivo declino per la campagna di Conegliano, che investì anche la città, portando sempre più a una distinzione tra città nobiliare e borghese e quella contadina fuori città.

PierAntonio Val, Rappresentazioni della città nei secoli XVIII, XIX e XX

PierAntonio Val, architetto, nato a Venezia 1955, laureato nel 1980 presso l’Università IUAV di Venezia. Dal 1981 al 1999 ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo IUAV con V. Gregotti; dal 2000 al 2004 è “visiting professor” presso il Politecnico di Milano e dal 2002 ad oggi insegna alla Facoltà di Architettura dell’Ateneo IUAV di Venezia. Partecipa come docente a seminari di architettura in Italia e in varie università europee. Svolge attività editoriale e di saggista, tra le sue principali pubblicazioni si segnalano Venezia città del moderno (1985); Quale architettura all’interno della prassi (1989); Relazione e distanza (2007); Per una architettura delle costruzione (2011).

L’architetto Pierantonio Val, nel suo intervento, ha mostrato ai presenti l’evoluzione della città di Conegliano dalla fine del Settecento al secondo dopoguerra, attraverso numerose foto d’epoca e cartoline della città.
La strada napoleonica e l’arrivo della ferrovia nell’Ottocento (quest’ultima cambiò radicalmente il paesaggio creando una sorta di cesura) hanno dato avvio a una serie di trasformazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento si assiste a vari interventi urbanistici orientati a rilanciare l’immagine di Conegliano: in questa direzione si inseriscono il viale alberato dei passeggi e l’interramento del Refosso, che determinano la nuova forma della città borghese, aperta al territorio, visibile nelle cartoline di fine Ottocento. Sempre nel XIX secolo ci furono due interventi neoclassici nel cuore della città vecchia: la costruzione di Villa Gera, sul colle del castello che domina la città, affidata all’architetto Jappelli nel 1830, e il Teatro dell’Accademia, due interventi che dimostrano la volontà di ammodernamento di quel periodo. Un’altra opera ottocentesca fu la scalinata degli alpini. Fa da contraltare a questa serie di trasformazioni la presenza di gruppi sensibili alle tematiche sociali e allo sviluppo sostenibile: nel 1867 Innocenzo Pittoni fondò la società operaia di mutuo soccorso e in questo periodo si costruirono case operaie.
Nel corso del XX secolo, come ha puntualizzato Val, l’immagine di Conegliano muta progressivamente.
Dopo le ingenti distruzioni della I guerra mondiale, si promosse una ricostruzione fervida della città, il cui centro viene ormai identificato fuori dalla città storica. Il processo di industrializzazione nel Novecento avvenne al di sotto della ferrovia, dove si svilupparono le industrie e si creò una città senza forma. Tra le due guerre ci furono interventi in chiave aulica e magniloquente, per celebrare la vittoria.
Nell’ultima parte del suo intervento, Val ha mostrato l’espansione di Conegliano nel secondo dopoguerra. Gli anni ’50 – ’70 furono caratterizzati da piani di pura quantità edilizia localizzati al di sotto della linea ferroviaria: uno sviluppo che portò a una dicotomia tra volontà trasformativa del nuovo e quantità edificatoria. Secondo il giudizio di Val, un edificio rappresentativo di questo periodo sono le case popolari progettate da Mario Lidolfi.

Giovanni Tel, Uno sguardo sul futuro: spazio pubblico e rigenerazione urbana

Giovanni Tel, architetto urbanista, è dirigente Area Governo del Territorio – Sviluppo attività economiche e culturali del Comune di Conegliano. Ha collaborato con le province di Venezia e Treviso, con molti comuni della Marca, e ha tenuto seminari e corsi di aggiornamento per architetti e pianificatori.

L’intervento conclusivo di Giovanni Tel ha fornito molti stimoli e spunti di riflessione, in molti casi anche provocazioni, ed è stato incentrato sul futuro urbanistico della città.
Nelle parole di Tel, di fronte alle incertezze e alle difficoltà del tempo presente occorre reagire e sognare per segnare nuovi tracciati e restituire allo spazio pubblico il suo ruolo. Servono strategie urbanistiche e piani condivisi per fronteggiare l’attuale situazione.
Un primo punto messo in evidenza è stato quello del dialogo tra i pieni e i vuoti della città, per legare lo spazio aperto allo spazio costruito. Occorre regolarità e modulità nella costruzione della città, facendo attenzione al dettaglio e intervenendo in base alla realtà del luogo.
Negli ultimi 50 anni l’area urbana di Conegliano si è espansa e attorno si sono formati nuclei sparsi che pulsano e spingono.
Le strategie individuate da Tel sono orientate verso il progettare avendo in mente le invarianti di tipo paesaggistico-ambientale, storico-monumentale e architettonico; verso la tutela, per una riqualificazione e valorizzazione degli spazi urbani; e verso il dimensionamento del piano, individuando il limite della città.
Per quanto riguarda possibili risposte, Tel ha proposto di andare oltre la zonizzazione e pensare di ragionare su tessuti edilizi; di promuovere politiche di recupero urbanistico dei vuoti e degli interstizi urbani; di cercare nuovi equilibri nel rapporto tra pubblico e privato; di curare la permeabilità e di incentivare l’edilizia sostenibile e la qualità del costruito. Tel ha puntato soprattutto sul fatto di recuperare spazio e ridare significato alla piazza (come piazza Calvi e Duca d’Aosta), per cercare un rapporto tra il costruito e lo spazio urbano.
Sono stati infine individuati quattro epicentri per promuovere uno sviluppo della città e per recuperare e valorizzare aree e spazi: una “porta” a nord, che potrebbe interessare l’asse del Monticano; una a sud, nell’area a vocazione sportiva attorno all’arena Zoppas; una a est, l’area lungo la Pontebbana e via Matteotti, e infine una a ovest, la zona dell’ex cotonificio, ell’ex casera S. Marco e di viale Spellanzon.
Tel ha infine sottolineato che occorre attenzione e cura allo spazio urbano, alla qualità della città, al rapporto tra costruito e spazio pubblico, cercando di collegare la città storica a quella meridionale, di recuperare aree in degrado e soprattutto progettare nel rispetto del territorio, per una città più dignitosa e vivibile.

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Gruppo di Lettura

11 Febbraio 2012 Nessun commento

Gruppo di lettura – Incontro del 7 febbraio 2012 a cura di Paolo Steffan

Il romanzo “Padri e figli” di Ivan Turgenev ha suscitato una reazione fortemente positiva da parte di tutti i presenti. Del libro sono stati sottolineati molti aspetti: sul piano stilistico, la grande maestria nel costruire i dialoghi, i quali riescono ad essere rivissuti con una naturalezza encomiabile, oltre che la notevole riuscita di brevi quadri descrittivi e una certa abilità aforistica, specie nelle parole del nichilista Bazarov. Sul piano dei contenuti, interessanti i piccoli ma preziosi spaccati sulla situazione socio-culturale della Russia ottocentesca, oltre che le descrizioni paesaggistiche. Più di tutto, però, hanno creato dibattito la caratterizzazione dei personaggi, dai due giovani (Bazarov è stato oggetto di diverse opinioni, dividendo il gruppo tra chi lo redime e chi no) ai due padri, fino alle due complesse e speculari principali figure femminili, all’indimenticabile antipatico ma anche buffo zio Pavel, ai personaggi di sfondo, piccoli ruoli aventi un così spiccato profilo (il servo pusillanime, gli stolti e provinciali progressisti, la decrepita principessa ecc.) da rimanere anch’essi memorabili. Il finale, poi, ha messo d’accordo tutti, perché l’umanità che ne viene ci ricorda come siamo, e che le grandi rivoluzioni della modernità non hanno cambiato il nostro modo di essere uomini, dato che, alla fin fine, altro non siamo che “padri e figli”, destinati a perpetrare il nostro vivere e riprodurci (come Nicolaj Kirsanov) o a chiacchierare e sezionare le nostre “rane”, fino a una morte coerente alla nostra natura (come Evgenij Bazarov).

A discussione finita, si è inoltre ascoltata la sonata-fantasia in do minore di Mozart, gustando la squisita consistenza e il piacevole sapore delle frittelle di Giovanni (cui va il maggior ringraziamento) alle quali tutti anelavamo dalle 20.30!

Si è infine brevemente parlato anche di Charles Dickens (in occasione del duecentesimo della nascita), di Bruno Arpaia (“L’energia del vuoto”), di Irène Némirovsky (“Suite francese”) e di Scarlett Thomas.
La lettura per il prossimo incontro, fissato per martedì 13 marzo, è Javier Marìas “Domani nella battaglia pensa a me” (Einaudi 1998), vincitore del Premio Internazionale Nonio 2011 e, secondo Pietro Citati “forse il libro più bello composto da uno scrittore contemporaneo”.

Gruppo lettura

28 Gennaio 2012 Nessun commento

Gruppo di lettura. Incontro del 10 gennaio 2012
Jack Keruoak – I vagabondi del Dharma
Ritenuto dai più un romanzo con molti pregi ma non entusiasmante. Molto evidente appare il suo essere un’opera di gioventù, destinata forse a parlare soprattutto ai giovani, sebbene siano passati sessant’anni da allora. La scrittura autobiografica è molto efficace nel portare il lettore dentro lo spirito e i modi di vivere e pensare della beat generation, anche se alcuni hanno riscontrato una certa banalizzazione (o americanizzazione, che è quasi un sinonimo..) delle filosofie orientali, della cultura cinese e indiana.
Si pone con molta efficacia il tema del viaggio, della ricerca e costruzione di sé attraverso le esperienze, anche estreme; ma la scrittura è priva del carattere “necessitante” e sembra fin troppo spontanea, a volte. Per queste caratteristiche, le stesse del protagonista, quasi infantili, il racconto e i protagonisti possono anche commuovere, per l’anima bambina dispiegata senza remore, per il prevalere delle domande sulle risposte, per la capacità di fornire affermazioni semplici e profonde sulla vita e sul mondo e per la capacità di rendere l’emozione genuina del momento.

Si è parlato anche di:
Herta Muller, Il paese delle prugne verdi
Alvaro Mutis, La neve dell’ammiraglio
Murakami, 1Q89
Graphic Novels

Da leggere per il prossimo incontro (7 febbraio)
Ivan Turgenev, Padri e figli

Buon 2012

9 Gennaio 2012 Nessun commento

BUON INIZIO 2012!

CONSIDERO VALORE

Considero valore ogni forma di vita,
la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale,
l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino
finchè dura il pasto,
un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmato,
due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani
non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe,
tacere il tempo, accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza
dov’è il nord,
qual è il nome del vento
che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato,
qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare
e l’ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca

Incontro di lettura del 29 novembre

9 Dicembre 2011 Nessun commento

Gruppo di lettura. Incontro del 29 novembre
Il testo: Paul Auster, Trilogia di New York
I lettori sono concordi nel definirlo un grandissimo scrittore, in grado di cogliere l’essenza del vivere contemporaneo. I tre racconti, ambientati in un contesto urbano conosciuto ma nello stesso tempo stravolto dalla mancanza di esseri umani all’infuori del protagonista, narrano storie molto simili, che si confondono fino a fondersi in un unico, ambiguo finale. Auster sa rendere l’infinita complessità degli strati sovrapposti e anche contradditori che formano l’identità dell’io. Per nulla scontata, l’identità dello scrittore stesso, oltre l’autobiografia, si forma e si disfa continuamente con le vicende dei suoi protagonisti. Auster non solo vive nei personaggi che crea, ma struttura attraverso loro le proprie diverse possiblità d’esistenza, nell’incessante tentativo, con il linguaggio, di sfuggire al nulla dell’anonimato a cui sembrano votate le sue figure letterarie.

Si è parlato anche di
Tolstoi, Anna Karenina; Fallaci, Lettera ad un bambino mai nato; Calvino, Il barone rampante; Kafka, Racconti; Tondelli, Altri libertini; Capote, A sangue freddo; Fitzgerald, Tenera è la notte; Morante, Ara Coeli; Nievo, Confessioni di un italiano; Longo, Di alcune orme sopra la neve; Saramago, Il memoriale del convento; Murakami, I saluici ciechi

Lettura per il prossimo incontro:
10 gennaio 2012
Jack Kerouak, I vagabondi del Dharma

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Una Serata in Ricordo di Andrea Zanzotto

13 Novembre 2011 Nessun commento

 

 

 

 

 

UNA SERATA IN RICORDO DI ANDREA ZANZOTTO:

PARLANDO, LEGGENDO, GUARDANDO

Come cominiciare, se non dalla fine, con un ringraziamento: perché di una sera così si può soltanto dire grazie, a chi l’ha resa possibile – Andrea Zanzotto con la sua poesia, Giuliano Galletti con la sua fiducia e amicizia, Artestoria e con i suoi piccoli ma generosi spazi -.  E’ parte fondamentale di questa serata chi vi ha partecipato come ascoltatore: l’uditorio, di una quarantina di persone, era grande in quella piccola sala, che mi pareva – dal punto di vista di relatore (peraltro alla prima esperienza) – gremita. E a gremirla erano persone di tutte le età (qualche liceale, qualche studente universitario, ma anche docenti e signore); e a queste persone va il ringraziamento più grande, per aver fatto vivere, per due ore di un giovedì di novembre, la poesia, anche in un’epoca e in un luogo geografico nel quale essa pare essere clandestina: tanti (troppi e a sproposito?) la scrivono, pochissimi la leggono, l’ascoltano, la commentano.

Eppure l’opera di Andrea Zanzotto, con la monumentalità di quella di un Dante della nostra epoca, è stata scritta tutta dentro questo “quadrilatero” di cui Conegliano è quasi centro: ma si sa, sono tempi difficili per la poesia; che non sia forse anche questa una delle concause della pluriabusata parola “crisi”, che da tre anni si è materializzata anche qui con tutta tragicità? Se così è, quel giovedì sera, per quel gruppetto di clandestini studiosi-amanti-lettori-ascoltatori (ecc.) di poesia, la “crisi”  non c’è stata. C’era invece qualcosa di rivoluzionario, in tempi reazionari come questi, qualcosa che Marisa Zanzotto, moglie del poeta, la quale ha presenziato dopo aver trovato un volantino del piccolo evento zanzottiano – ha descritto così:

“Credo che questa cellula [...] sia in nuce proprio quella che è la vera cultura, quella che è la passione di capire”.

E crediamo anche noi che questo sia stato lo spirito che ha animato il mio intervento, la lettura di Giuliano Galletti e l’attento pubblico; perché da capire c’è molto, un molto che diamo troppo spesso per scontato.
Due parole, ora, sul contenuto della serata: attraverso un percorso attraverso i versi di Meteo (1996) e Conglomerati (2009), passando per Sovrimpressioni (2001), credo si sia potuto “cogliere” molto di quanto c’è e si fatica a capire, molto ma per mezzo di una piccola possibile lettura, tutta mia e volta ad esortare gli ascoltatori a trovarne infinite altre: ho cercato di far godere prima della “gioia” e della “bellezza”, poi della grande “inquietudine” comunicata attraverso la durezza di molti versi, e attraverso l’abbruttimento dei paesaggi. Le fotografie che ho scattato e scelto, per far da compendio ai versi letti, sono state uno strumento (anche estetico, oltre che documentario) utile a far capire la forte connessione che può esserci tra la realtà vissuta e le forme d’arte, che spesso vengono bollate come intellettualistiche e difficili. In realtà è un problema di incapacità del lettore di porsi nella condizione atta a “cogliere”, attraverso uno straordinario impianto visivo-sonoro, immagini-concetti che in primis sono godibili coi sensi; certo, poi solo l’interesse e la fatica della concentrazione e dello studio possono dare accesso alla grande conoscenza a cui solo la poesia, o le arti visive, rendono possibile l’avvicinamento.

I testi antologizzati per il percorso di lettura che ho proposto, imperniato su forma e colore nell’ultima fase compositiva di Zanzotto (anni novanta-duemila), sono gli haiku di Meteo (dedicati a papaveri, topinambùr, tarassaco, lanugini, neve e vitalbe) e quelli di Sovrimpressioni (dedicati al verde dei Palù), oltre che il dittico (1) Addio a Ligonàs / (2) Rio fu di Conglomerati e, per chiudere con un testo che avesse valenza assoluta di epitome di quanto detto in circa 90 minuti di conferenza, Uno vi fu, uno di Sovrimpressioni.

Risensibilizzarci ai colori e alle forme che stanno dentro, ma anche alla base, delle più alte creazioni artistiche della nostra civiltà, non può che portarci verso una strada salvifica, magari una strada “bianca”, come quelle – sempre meno – delle nostre campagne, o “bianca” e (forse) salvifica come la “mai mancante neve di metà maggio“; è quanto teorizzo in un mio articolo, leggibile a questo indirizzo:

http://steffanpaulus.wordpress.com/2011/07/04/i-luoghi-zanzottiani/, al quale troverete anche alcune foto dei luoghi citati nei versi del poeta di cui, in quella bella sera di novembre, si è discusso, con la mente pervasa da varietà zanzottiane!

Paolo Steffan, 10 novembre 2011

L’Italia che vorrei

5 Novembre 2011 1 commento

Ecco il tema vincitore del concorso IV novembre, scritto da Enrico Forcher,  socio onorario di Artestoria.

 L’Italia che vorrei

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza distinzioni

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza “terroni” e “polentoni”

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza “figli di stranieri” e “figli d’italiani”

L’Italia che vorrei

È un’Italia in cui tutti si chiamino Italiani

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia estesa da Nord a Sud

L’Italia che vorrei

È un’Italia di fratelli e sorelle

L’Italia che vorrei

È un’Italia che s’è desta

L’Italia che vorrei

È un’Italia di Ricordi e Speranza

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza ricchi e poveri

L’Italia che vorrei

È un’Italia di lavoratori

L’Italia che vorrei

È un’Italia in cui ognuno fa quello che crede

L’Italia che vorrei

È un’Italia in cui ognuno fa quello che deve

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza la parola razzismo

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza la parola bullismo

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza la parola censura

L’Italia che vorrei

È un’Italia con soltanto la parola cultura

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia senza inquinamento

L’Italia che vorrei

È un’Italia per l’ambiente

L’Italia che vorrei

È un’Italia a emissioni zero

L’Italia che vorrei

È un’Italia Compagna non Padrona, della Natura

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia come la nostra Bandiera

L’Italia che vorrei

È un’Italia Rossa per il sangue versato

L’Italia che vorrei

È un’Italia Bianca per gli sforzi compiuti

 È un’Italia Verde per la speranza

 

L’Italia che vorrei

È un’Italia Maestra di Vita

L’Italia che vorrei

È un’Italia istruita

L’Italia che vorrei

È un’Italia Infinita

L’Italia che vorrei

È un’Italia Unita

 

Questa è l’Italia che vorrei.

                                               Enrico Forcher

Gruppo di lettura di Artestoria

1 Novembre 2011 Nessun commento

 

 

 

 

 

 

Gruppo di lettura di Artestoria

 

Incontro del 27 settembre 2011

 

La lettura per casa: Isherwood, La violetta del Prater

Sintesi dei commenti: In genere ritenuto ben scritto ma poco incisivo, con opinioni divergenti che richiamano la profondità d’analisi dei temi affrontati.

 

Si è parlato anche di:

Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, (Premio Campiello 2011)

Mattia Conti, Pelle di legno, (Premio Campiello Giovani 2011)

Leo Peruz, Dalle 9 alle 9

Vittorio Sermonti, Il purgatorio di Dante

 

Incontro del 25 ottobre 2011

 

La lettura per casa: Céline, Viaggio al  termine della notte.

L’autore non poteva non provocare reazioni contrastanti, dal rifuto alla lettura alla sospensione a metà, all’apprezzamento quasi totale di stile e contenuti. Quasi tutti lo ritengono un grande protagonista della letteratura del Novecento. L’opera in esame è considerata da una lettrice imprescindibile, da tenere sempre accanto, un testo fondante di vita e pensiero. Opinione che altri condividono, dal punto di vista della storia della letteratura, ma senza provare la necessità di leggerlo.

Resta irrisolto, riguardo a Céline, il problema: come ha potuto un autore che ha dimostrato tanta umanità e descritto la guerra con tanto orrore, esprimere posizioni antisemite, se non peggio?

 

Nell’incontro si è parlato anche di:

Philip Roth, Il Lamento di Portnoy

Shalomon Auslander, Il lamento del prepuzio

Jack Kerouak, On the road

Bokowsky, Storie di ordinaria follia

Hermann Hesse, Siddartha

Omero, Iliade

Tolkien, Il signore degli anelli

James Hillmann, Il codice dell’anima

Agostino d’Ippona, Confessioni

Rousseau, Confessioni

Goethe, I dolori del giovane Werther, Le affinità elettive

Robert Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

 

Incontro del 29 novembre 2011

Lettura per casa: Paul Auster, Trilogia di New York

A COSA SERVE UN POETA

27 Ottobre 2011 Nessun commento

Di Michele Zanetti

Andrea Zanzotto era un umile e questo, se possibile, ha consentito a tutti di cogliere anche più efficacemente la vera dimensione della sua grandezza.

Egli è giunto all’epilogo del proprio percorso e per concludere la sua esperienza, con il filo di voce che gli rimaneva ha consegnato a noi, al presente, una suggestiva, ultima verità poetica. Al giornalista che gli chiedeva  cosa avesse capito della vita ha risposto candidamente: “Nulla; cosa vuoi capire della vita in appena novant’anni. Ce ne vorrebbero forse novecento”.

Muore un Grande e segna il tempo dell’esistenza di una comunità, incide sulla sua storia e ne determina lo spessore culturale: con la sua assenza non meno che con la sua presenza e forse ancora di più.

Potranno sembrare, le nostre, parole di circostanza. Del resto ne verranno spese in quantità inimmaginabili ora; anche da chi sarà costretto a consultare il vocabolario per comprendere quanto andrà dicendo nei discorsi ufficiali.

Noi non desideriamo unirci al coro, anzi: le nostre parole saranno poche e misurate. L’indispensabile per una riflessione che s’impone alle nostre coscienze.

Vorremmo infatti chiederci semplicemente: a cosa serve un poeta?

A chi serve la figura che eleva le parole a voce dello spirito e le dispensa gratuitamente a chi non ha la forza di volare, per consentirgli di ritrovare la sua identità nelle cose che formano il mosaico della Bellezza che lo circonda?

Difficile rispondere penserà qualcuno. Eppure la risposta è proprio in questa semplice e difficilissima missione esistenziale: dissipare i veli che impediscono di cogliere la Bellezza che circonda ciascuno di noi. Consegnare la Bellezza all’animo e alla mente di ognuno per trasformarla in emozione e al tempo stesso in consapevolezza, in furore combattivo e in armatura contro chi lavora perché essa sia negata a quelli che verranno.

Senza i Poeti le società non lasciano segni incisi nella storia degli uomini. Perché sono loro, i Poeti, che praticano ed insegnano le vie dello spirito e del sentimento: le sole che possono distinguere gli uomini dai bruti. Sono loro la speranza che fluisce dalla radici umili e si protende al futuro, attraverso le generazioni.

Non vogliamo e non dobbiamo dolerci per la morte di Andrea. Per lui era tempo di andare, perché gli uomini non sono semidei e non sono eterni e lui lo sapeva bene.

Noi aspettiamo, semplicemente, che un altro poeta fiorisca sui rami di questa società culturalmente malata per restituirci il profumo della poesia e della speranza.

Musile di Piave, 18 ottobre 2011

19 ottobre 2011

19 Ottobre 2011 Nessun commento

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Cussì, sote ‘l camin squasi stusà,

se ‘n tosatèl vardéa

par quela finestrela cèa

che su la sera la féa ‘ncora lustro

in medo ala fulisca

(ah che bel blu, che arjento,

che grìsoi de l’inverno inbarlumidi

de ciaro e neve inte la finestrela):

chi èrelo, pò, che passéa, che batéa

su quel viero, e sparìa

no so se zhotegando o se ‘nte ‘n bal;

èreli tuti lori, nòne, del vostro ténp,

cola so fan de radici la so sé

de vin pizhol, co le so fadighe che

le ghe ‘vea ingropà tuta la figura

fin squasi a canbiarghe natura?

Ma co mi, tosatèl, quant maturloni

E quant de bona voja, senpre, e boni…

E mi i vede, me par, farme ‘n poch marameo,

zhignarme, ridolar, pò farme ciao…

 

Andrea Zanzotto, da Mistieròi

 

Così, sotto il camino quasi spento,

se un ragazzetto guardava

attraverso quella minuscola finestra

che chiara appariva ancora sotto sera

in mezzo alla fuliggine

(ah che bel blu, che argento,

che brividi d’inverno abbacinanti

di neve e luce nella finestrella):

chi era mai che passava, che batteva

su quel vetro, e spariva

non so se zoppicando oppur danzando;

erano tutti loro, nonne, quelli del vostro tempo

con la loro fame di radicchi, con la sete

di vinello, con le fatiche che

ne avevano contorto tutta la figura

fino a modificarne quasi la natura?

Ma con me, ragazzetto, che mattacchioni,

e quanto di buon umore e sempre buoni…

E li vedo, mi pare, far marameo,

ammiccarmi, ridere sottilmente, poi farmi ciao…

 

(traduzione di Paolo Donazzolo)

Memorie del Museo dell'Uomo

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