la città che vive

Convegno organizzato da Artestoria
La città che vive, Conegliano, 17 febbraio 2012
Sintesi delle relazioni
Edoardo Demo, La politica fiscale della Serenissima e la sua ricaduta sul territorio
Edoardo Demo insegna Storia Economica e Storia del Commercio presso la Facoltà di Economia dell’Università di Verona, ateneo presso il quale ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia Economica nel 1999. Ha condotto periodi di studio e di ricerca presso università americane e francesi. Si occupa di storia economica e sociale della terraferma veneta tra tardo medioevo ed età moderna. Tra le sue pubblicazioni, oltre ad una cinquantina di saggi e articoli riguardanti prevalentemente il mondo mercantile nell’Italia settentrionale dei secoli XV-XVIII, si segnalano la monografia dal titolo L’«anima della città». L’industria tessile a Verona e Vicenza (1400-1550) (2001), e l’edizione critica e filologica, corredata di commento, del Registro XXII del Senato veneziano (Venezia- Senato. Deliberazioni miste. Registro XXII (1344-1345), 2007).
Nel suo intervento, Edoardo Demo ha delineato le caratteristiche principali dell’economia della terraferma veneta tra XV e XVIII secolo, con particolare riferimento al territorio di Conegliano, e i principali settori manifatturieri, artigianali e commerciali che hanno contraddistinto quest’area.
A fronte della tradizionale immagine di un Veneto rurale e agricolo, emerge tuttavia anche una presenza manifatturiera di alto rilievo e fortemente portata alla produzione per l’esportazione.
Il professor Demo ha utilizzato tre efficaci immagini per descrivere il periodo storico che va dal XI al XVIII secolo: la prima fase, quella tra 1100 e 1500, ha visto il territorio del Veneto al primo posto in Europa da un punto di vista economico, una fase ricca e attiva, di forti progressi, paragonabile a una lepre in corsa; più lenta invece la fase tra 1600 e 1700, come una tartaruga, che ha visto emergere altri paesi a livello internazionale; invece l’Italia (e il Veneto) del 1800 fu come un sasso, fermo, privo di attività industriali di un certo rilievo.
Il primo punto analizzato è stato quello della demografia. La terraferma veneta fu contrassegnata da un alto tasso di urbanizzazione. Venezia, nel XVI secolo, era una megalopoli, con 150.000 abitanti, una delle città più popolate d’Europa. In più, nei suoi domini di terraferma, c’erano altri grandi centri, con 50.000 abitanti (Verona e Brescia) e tanti altri di dimensioni rilevanti, come Padova, Vicenza, Udine: un territorio con elevata densità urbana, che si registrò soprattutto nella fascia pedemontana, tra Vicenza e Treviso. Come ha sottolineato Demo, la terraferma veneta è fatta di tante città che consumano e producono: nel ‘400 e ‘500 quest’area è floridissima e molto sviluppata.
Demo è passato così a esaminare i fattori che hanno permesso questo sviluppo e questa crescita.
L’area pedemontana, rispetto all’area a sud delle grandi città, ha sviluppato una forte predisposizione all’attività manifatturiera e all’artigianato, per la disponibilità di risorse naturali: in primo luogo l’acqua, elemento vincente, che muove gli impianti di trasformazione (i mulini) impegnati per molteplici attività. Altre materie prime, utilizzate per la realizzazione di prodotti finiti, erano la lana, derivata dall’allevamento bovino; la seta, derivata dalla gelsibachicoltura; i metalli e il legname.
Per quanto riguarda le manifatture, nella terraferma veneta si registrò una vasta presenza manifatturiera, in modo particolare orientata verso l’industria tessile: i due settori economici principali erano quelli del lanificio e del setificio.
Nell’ultima parte del suo intervento, il professor Demo ha posto l’attenzione sul sistema economico, finanziario e commerciale sviluppato tra XIII e XIV secolo dai mercanti: l’esportazione e il commercio di prodotti venne favorita e incrementata grazie all’utilizzo di nuove pratiche d’affari (come la partita doppia, la lettera di cambio e di credito, i libri contabili) e l’utilizzo di una rete di vendita flessibile ed efficiente (come le filiali).
Ne è emersa una realtà variegata, dove l’economia, la produzione e la produttività hanno giocato un ruolo importante, grazie al territorio: la terraferma veneta in questo periodo si è arricchita non solo dall’attività agricola, ma anche (e soprattutto) grazie a uomini d’affari e produttori d’esportazione che hanno contribuito a costruire palazzi, ville, città.
Giorgio Reolon, Esempi di cultura materiale nell’arte
Giorgio Reolon è nato a Belluno nel 1985; si è laureato nel 2010 in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici presso l’Università di Venezia. Collabora con varie riviste bellunesi (il settimanale «L’Amico del Popolo», «Dolomiti», «Archivio storico di Belluno, Feltre e Cadore»). Nel 2011 ha collaborato con l’Ufficio arte sacra della diocesi di Belluno-Feltre nel lavoro di catalogazione del patrimonio artistico diocesano. Ha svolto visite guidate nelle mostre su Brustolon (2009) e Cima da Conegliano (2010).
Giorgio Reolon, nel suo intervento, ha letto una selezione di opere d’arte, tra 1300 e 1700, dal punto di vista della cultura materiale e del contesto. Il tema della cultura materiale (gli aspetti materiali e visibili di una cultura) nell’arte si può esaminare da due punti di vista: l’opera d’arte come manufatto e prodotto di una cultura e società, quindi parte della cultura materiale; l’opera d’arte come documento e testimonianza del contesto storico e culturale che l’ha prodotta. Reolon ha messo in evidenza l’importanza di guardare i dettagli nei dipinti, dai quali emergono inserimenti e tracce della cultura materiale, rivelandosi preziose informazioni per conoscere e ricostruire la vita materiale passata. Le opere d’arte sacra ci restituiscono molti di questi aspetti materiali, perché nei secoli passati la religione era intesa come dimensione quotidiana: da qui la pratica (chiamata devotio moderna) di attualizzare l’episodio sacro e il santo nella realtà quotidiana del pittore e del committente, per vivere più intensamente l’esperienza della fede: questo si vede bene nella Sant’Elena di Cima da Conegliano, dove la santa veste come una donna di fine ‘400 ed è inserita in una puntuale veduta di Conegliano. La pittura veneta tra ‘400 e ‘500 ha risentito molto della pittura fiamminga, caratterizzata dal realismo, dall’attenzione per i particolari e dalla dimensione quotidiana e domestica. Su questa linea, la fiorente bottega dei Bassano ha prodotto nel XVI secolo molti dipinti a destinazione privata, in cui il tema del sacro si inserisce nell’ambiente veneto cinquecentesco, con la presenza di “masserizie” della casa e di lavori (come nel tema delle Stagioni), per giungere a fine secolo alla rappresentazione di scene autonome di vita popolare e quotidiana. Gli oggetti inanimati diventeranno protagonisti nel genere della natura morta, apprezzato da un pubblico borghese, che avrà successo tra ‘600 e ‘700. Altri aspetti della cultura materiale che emergono dalle opere d’arte sono gli abiti, riscontrabili soprattutto nel genere del ritratto (come in Tiziano e Lotto), che insieme a particolari accessori esibiti ci segnalano la condizione sociale, il ruolo e l’ambiente culturale della persona ritratta; e infine la dimensione urbana, la rappresentazione della città: sono state mostrate due diverse immagini di Venezia, una quattrocentesca di Carpaccio e una settecentesca di Canaletto.
Giuliano Galletti, Città e campagna nel XVIII secolo
Giuliano Galletti è nato a Brescia nel 1958. Si è laureato in lettere (indirizzo storico) all’Università di Padova nel 1982 con una tesi sull’epidemia di peste del 1630 nel Coneglianese. Dal 2001 insegna italiano e latino presso il Liceo scientifico “Marconi” di Conegliano. Ha pubblicato numerose ricerche sulla storia veneta nell’età moderna, occupandosi prevalentemente di demografia storica e storia sociale, collaborando in particolare con la rivista «Storiadentro», e curando lavori collettivi sulla storia di alcuni comuni del Coneglianese.
Al centro dell’intervento di Giuliano Galletti c’è stato il territorio della campagna di Conegliano nel Settecento, un secolo caratterizzato dalla crisi, da una agricoltura arretrata e da un forte divario tra popolazione ricca e povera. La popolazione nella campagna fu in crescita, portando la città ad avere un minor peso.
Il secolo XVIII iniziò con un’avversa situazione climatica, la spaventosa gelata del 1709, che mandò in rovina la viticoltura. La crisi agricola, come ha sottolineato Galletti, derivò da uno squilibrio tra la capacità di produrre attraverso l’agricoltura e la popolazione che deve consumare questi prodotti. All’origine della crisi c’è stata, a metà Seicento, la vendita dei beni comunali, terreni che erano ampi e ricchi e che erano sfruttati collettivamente da tutti gli abitanti, rivelandosi una fonte essenziale del benessere del territorio. A causa dei costi della guerra contro i Turchi, Venezia fece una rilevazione precisa di questi beni, che vennero venduti. L’eliminazione dei bemi comunali portò a un nuovo ceto di proprietari terrieri, fatto soprattutto di nobili veneziani, non più direttamente coinvolti nel lavoro, e aumentò la superficie dei seminati e delle vigne. Il catasto veneziano del 1740 registrò da una parte una grande presenza di piccoli proprietari, che però possedeva una piccola parte del territorio, dall’altra i grandi proprietari, che nonostante il numero minore controllavano un’ampia fetta del patrimonio.
Galletti ha poi illustrato un particolare utilizzo del terreno agricolo diffuso in questo periodo, la piantata, che però si rivelò una forma di coltivazione non produttiva e un sistema non economicamente funzionale, che portò a uno sfruttamento esagerato del suolo.
I prodotti principali di questo secolo sono quelli coltivati precedentemente, tra cui il vino, che però registrarono un calo della qualità in favore della quantità. Unico settore di una certa vivacità fu quello dell’allevamento dei bachi, con la coltivazione del gelso. I tentativi di far fronte alla crisi, come quelli dell’Accademia agraria di Conegliano o di particolari proprietari illuminati come Nicolò Tron, portarono a poco. Il Settecento, come è emerso dall’intervento di Galletti, ha significato una situazione di complessivo declino per la campagna di Conegliano, che investì anche la città, portando sempre più a una distinzione tra città nobiliare e borghese e quella contadina fuori città.
PierAntonio Val, Rappresentazioni della città nei secoli XVIII, XIX e XX
PierAntonio Val, architetto, nato a Venezia 1955, laureato nel 1980 presso l’Università IUAV di Venezia. Dal 1981 al 1999 ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo IUAV con V. Gregotti; dal 2000 al 2004 è “visiting professor” presso il Politecnico di Milano e dal 2002 ad oggi insegna alla Facoltà di Architettura dell’Ateneo IUAV di Venezia. Partecipa come docente a seminari di architettura in Italia e in varie università europee. Svolge attività editoriale e di saggista, tra le sue principali pubblicazioni si segnalano Venezia città del moderno (1985); Quale architettura all’interno della prassi (1989); Relazione e distanza (2007); Per una architettura delle costruzione (2011).
L’architetto Pierantonio Val, nel suo intervento, ha mostrato ai presenti l’evoluzione della città di Conegliano dalla fine del Settecento al secondo dopoguerra, attraverso numerose foto d’epoca e cartoline della città.
La strada napoleonica e l’arrivo della ferrovia nell’Ottocento (quest’ultima cambiò radicalmente il paesaggio creando una sorta di cesura) hanno dato avvio a una serie di trasformazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento si assiste a vari interventi urbanistici orientati a rilanciare l’immagine di Conegliano: in questa direzione si inseriscono il viale alberato dei passeggi e l’interramento del Refosso, che determinano la nuova forma della città borghese, aperta al territorio, visibile nelle cartoline di fine Ottocento. Sempre nel XIX secolo ci furono due interventi neoclassici nel cuore della città vecchia: la costruzione di Villa Gera, sul colle del castello che domina la città, affidata all’architetto Jappelli nel 1830, e il Teatro dell’Accademia, due interventi che dimostrano la volontà di ammodernamento di quel periodo. Un’altra opera ottocentesca fu la scalinata degli alpini. Fa da contraltare a questa serie di trasformazioni la presenza di gruppi sensibili alle tematiche sociali e allo sviluppo sostenibile: nel 1867 Innocenzo Pittoni fondò la società operaia di mutuo soccorso e in questo periodo si costruirono case operaie.
Nel corso del XX secolo, come ha puntualizzato Val, l’immagine di Conegliano muta progressivamente.
Dopo le ingenti distruzioni della I guerra mondiale, si promosse una ricostruzione fervida della città, il cui centro viene ormai identificato fuori dalla città storica. Il processo di industrializzazione nel Novecento avvenne al di sotto della ferrovia, dove si svilupparono le industrie e si creò una città senza forma. Tra le due guerre ci furono interventi in chiave aulica e magniloquente, per celebrare la vittoria.
Nell’ultima parte del suo intervento, Val ha mostrato l’espansione di Conegliano nel secondo dopoguerra. Gli anni ’50 – ’70 furono caratterizzati da piani di pura quantità edilizia localizzati al di sotto della linea ferroviaria: uno sviluppo che portò a una dicotomia tra volontà trasformativa del nuovo e quantità edificatoria. Secondo il giudizio di Val, un edificio rappresentativo di questo periodo sono le case popolari progettate da Mario Lidolfi.
Giovanni Tel, Uno sguardo sul futuro: spazio pubblico e rigenerazione urbana
Giovanni Tel, architetto urbanista, è dirigente Area Governo del Territorio – Sviluppo attività economiche e culturali del Comune di Conegliano. Ha collaborato con le province di Venezia e Treviso, con molti comuni della Marca, e ha tenuto seminari e corsi di aggiornamento per architetti e pianificatori.
L’intervento conclusivo di Giovanni Tel ha fornito molti stimoli e spunti di riflessione, in molti casi anche provocazioni, ed è stato incentrato sul futuro urbanistico della città.
Nelle parole di Tel, di fronte alle incertezze e alle difficoltà del tempo presente occorre reagire e sognare per segnare nuovi tracciati e restituire allo spazio pubblico il suo ruolo. Servono strategie urbanistiche e piani condivisi per fronteggiare l’attuale situazione.
Un primo punto messo in evidenza è stato quello del dialogo tra i pieni e i vuoti della città, per legare lo spazio aperto allo spazio costruito. Occorre regolarità e modulità nella costruzione della città, facendo attenzione al dettaglio e intervenendo in base alla realtà del luogo.
Negli ultimi 50 anni l’area urbana di Conegliano si è espansa e attorno si sono formati nuclei sparsi che pulsano e spingono.
Le strategie individuate da Tel sono orientate verso il progettare avendo in mente le invarianti di tipo paesaggistico-ambientale, storico-monumentale e architettonico; verso la tutela, per una riqualificazione e valorizzazione degli spazi urbani; e verso il dimensionamento del piano, individuando il limite della città.
Per quanto riguarda possibili risposte, Tel ha proposto di andare oltre la zonizzazione e pensare di ragionare su tessuti edilizi; di promuovere politiche di recupero urbanistico dei vuoti e degli interstizi urbani; di cercare nuovi equilibri nel rapporto tra pubblico e privato; di curare la permeabilità e di incentivare l’edilizia sostenibile e la qualità del costruito. Tel ha puntato soprattutto sul fatto di recuperare spazio e ridare significato alla piazza (come piazza Calvi e Duca d’Aosta), per cercare un rapporto tra il costruito e lo spazio urbano.
Sono stati infine individuati quattro epicentri per promuovere uno sviluppo della città e per recuperare e valorizzare aree e spazi: una “porta” a nord, che potrebbe interessare l’asse del Monticano; una a sud, nell’area a vocazione sportiva attorno all’arena Zoppas; una a est, l’area lungo la Pontebbana e via Matteotti, e infine una a ovest, la zona dell’ex cotonificio, ell’ex casera S. Marco e di viale Spellanzon.
Tel ha infine sottolineato che occorre attenzione e cura allo spazio urbano, alla qualità della città, al rapporto tra costruito e spazio pubblico, cercando di collegare la città storica a quella meridionale, di recuperare aree in degrado e soprattutto progettare nel rispetto del territorio, per una città più dignitosa e vivibile.








