la città che vive
Convegno La città che
vive
Edoardo Demo, La
politica fiscale della Serenissima e la sua ricaduta sul territorio
Edoardo Demo
insegna Storia Economica e Storia del Commercio
presso la Facoltà di Economia dell’Università di Verona, ateneo
presso il quale ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia
Economica nel 1999. Ha condotto periodi di studio e di ricerca presso
università americane e francesi. Si occupa di storia economica e
sociale della terraferma veneta tra tardo medioevo ed età moderna.
Tra le sue pubblicazioni, oltre ad una
cinquantina di saggi e articoli riguardanti prevalentemente il mondo
mercantile nell’Italia settentrionale dei secoli XV-XVIII, si
segnalano la monografia dal titolo L’«anima
della città». L’industria tessile a Verona e Vicenza (1400-1550)
(2001), e l’edizione critica e filologica,
corredata di commento, del Registro XXII del Senato veneziano
(Venezia- Senato. Deliberazioni miste.
Registro XXII (1344-1345), 2007).
Nel suo intervento,
Edoardo Demo ha delineato le caratteristiche principali dell’economia
della terraferma veneta tra XV e XVIII secolo, con particolare
riferimento al territorio di Conegliano, e i principali settori
manifatturieri, artigianali e commerciali che hanno contraddistinto
quest’area.
A fronte della
tradizionale immagine di un Veneto rurale e agricolo, emerge tuttavia
anche una presenza manifatturiera di alto rilievo e fortemente
portata alla produzione per l’esportazione.
Il professor Demo ha
utilizzato tre efficaci immagini per descrivere il periodo storico
che va dal XI al XVIII secolo: la prima fase, quella tra 1100 e 1500,
ha visto il territorio del Veneto al primo posto in Europa da un
punto di vista economico, una fase ricca e attiva, di forti
progressi, paragonabile a una lepre in corsa; più lenta invece la
fase tra 1600 e 1700, come una tartaruga, che ha visto emergere altri
paesi a livello internazionale; invece l’Italia (e il Veneto) del
1800 fu come un sasso, fermo, privo di attività industriali di un
certo rilievo.
Il primo punto analizzato
è stato quello della demografia. La terraferma veneta fu
contrassegnata da un alto tasso di urbanizzazione. Venezia, nel XVI
secolo, era una megalopoli, con 150.000 abitanti, una delle città
più popolate d’Europa. In più, nei suoi domini di terraferma,
c’erano altri grandi centri, con 50.000 abitanti (Verona e Brescia)
e tanti altri di dimensioni rilevanti, come Padova, Vicenza, Udine:
un territorio con elevata densità urbana, che si registrò
soprattutto nella fascia pedemontana, tra Vicenza e Treviso. Come ha
sottolineato Demo, la terraferma veneta è fatta di tante città che
consumano e producono: nel ‘400 e ‘500 quest’area è
floridissima e molto sviluppata.
Demo è passato così a
esaminare i fattori che hanno permesso questo sviluppo e questa
crescita.
L’area pedemontana,
rispetto all’area a sud delle grandi città, ha sviluppato una
forte predisposizione all’attività manifatturiera e
all’artigianato, per la disponibilità di risorse naturali: in
primo luogo l’acqua, elemento vincente, che muove gli impianti di
trasformazione (i mulini) impegnati per molteplici attività. Altre
materie prime, utilizzate per la realizzazione di prodotti finiti,
erano la lana, derivata dall’allevamento bovino; la seta, derivata
dalla gelsibachicoltura; i metalli e il legname.
Per quanto riguarda le
manifatture, nella terraferma veneta si registrò una vasta presenza
manifatturiera, in modo particolare orientata verso l’industria
tessile: i due settori economici principali erano quelli del
lanificio e del setificio.
Nell’ultima parte del
suo intervento, il professor Demo ha posto l’attenzione sul sistema
economico, finanziario e commerciale sviluppato tra XIII e XIV secolo
dai mercanti: l’esportazione e il commercio di prodotti venne
favorita e incrementata grazie all’utilizzo di nuove pratiche
d’affari (come la partita doppia, la lettera di cambio e di
credito, i libri contabili) e l’utilizzo di una rete di vendita
flessibile ed efficiente (come le filiali).
Ne è emersa una realtà
variegata, dove l’economia, la produzione e la produttività hanno
giocato un ruolo importante, grazie al territorio: la terraferma
veneta in questo periodo si è arricchita non solo dall’attività
agricola, ma anche (e soprattutto) grazie a uomini d’affari e
produttori d’esportazione che hanno contribuito a costruire
palazzi, ville, città.
Giorgio Reolon,
Esempi di cultura materiale nell’arte
Giorgio
Reolon è nato a Belluno nel 1985; si è laureato
nel 2010 in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici
presso l’Università di Venezia. Collabora con varie riviste
bellunesi (il settimanale «L’Amico del Popolo», «Dolomiti»,
«Archivio storico di Belluno, Feltre e Cadore»). Nel 2011 ha
collaborato con l’Ufficio arte sacra della diocesi di
Belluno-Feltre nel lavoro di catalogazione del patrimonio artistico
diocesano. Ha svolto visite guidate nelle mostre su Brustolon (2009)
e Cima da Conegliano (2010).
Giorgio Reolon, nel suo
intervento, ha letto una selezione di opere d’arte, tra 1300 e
1700, dal punto di vista della cultura materiale e del contesto. Il
tema della cultura materiale (gli aspetti materiali e visibili di una
cultura) nell’arte si può esaminare da due punti di vista: l’opera
d’arte come manufatto e prodotto di una cultura e società, quindi
parte della cultura materiale; l’opera d’arte come documento e
testimonianza del contesto storico e culturale che l’ha prodotta.
Reolon ha messo in evidenza l’importanza di guardare i dettagli nei
dipinti, dai quali emergono inserimenti e tracce della cultura
materiale, rivelandosi preziose informazioni per conoscere e
ricostruire la vita materiale passata. Le opere d’arte sacra ci
restituiscono molti di questi aspetti materiali, perché nei secoli
passati la religione era intesa come dimensione quotidiana: da qui la
pratica (chiamata devotio moderna) di attualizzare l’episodio
sacro e il santo nella realtà quotidiana del pittore e del
committente, per vivere più intensamente l’esperienza della fede:
questo si vede bene nella Sant’Elena di Cima da Conegliano,
dove la santa veste come una donna di fine ‘400 ed è inserita in
una puntuale veduta di Conegliano. La pittura veneta tra ‘400 e
‘500 ha risentito molto della pittura fiamminga, caratterizzata dal
realismo, dall’attenzione per i particolari e dalla dimensione
quotidiana e domestica. Su questa linea, la fiorente bottega dei
Bassano ha prodotto nel XVI secolo molti dipinti a destinazione
privata, in cui il tema del sacro si inserisce nell’ambiente veneto
cinquecentesco, con la presenza di “masserizie” della casa e di
lavori (come nel tema delle Stagioni), per giungere a fine
secolo alla rappresentazione di scene autonome di vita popolare e
quotidiana. Gli oggetti inanimati diventeranno protagonisti nel
genere della natura morta, apprezzato da un pubblico borghese, che
avrà successo tra ‘600 e ‘700. Altri aspetti della cultura
materiale che emergono dalle opere d’arte sono gli abiti,
riscontrabili soprattutto nel genere del ritratto (come in Tiziano e
Lotto), che insieme a particolari accessori esibiti ci segnalano la
condizione sociale, il ruolo e l’ambiente culturale della persona
ritratta; e infine la dimensione urbana, la rappresentazione della
città: sono state mostrate due diverse immagini di Venezia, una
quattrocentesca di Carpaccio e una settecentesca di Canaletto.
Giuliano Galletti,
Città e campagna nel XVIII secolo
Giuliano
Galletti è nato a Brescia nel 1958. Si è
laureato in lettere (indirizzo storico) all’Università di Padova
nel 1982 con una tesi sull’epidemia di peste del 1630 nel
Coneglianese. Dal 2001 insegna italiano e latino presso il Liceo
scientifico “Marconi” di Conegliano. Ha pubblicato numerose
ricerche sulla storia veneta nell’età moderna, occupandosi
prevalentemente di demografia storica e storia sociale, collaborando
in particolare con la rivista «Storiadentro», e curando lavori
collettivi sulla storia di alcuni comuni del Coneglianese.
Al centro dell’intervento
di Giuliano Galletti c’è stato il territorio della campagna di
Conegliano nel Settecento, un secolo caratterizzato dalla crisi, da
una agricoltura arretrata e da un forte divario tra popolazione ricca
e povera. La popolazione nella campagna fu in crescita, portando la
città ad avere un minor peso.
Il secolo XVIII iniziò
con un’avversa situazione climatica, la spaventosa gelata del 1709,
che mandò in rovina la viticoltura. La crisi agricola, come ha
sottolineato Galletti, derivò da uno squilibrio tra la capacità di
produrre attraverso l’agricoltura e la popolazione che deve
consumare questi prodotti. All’origine della crisi c’è stata, a
metà Seicento, la vendita dei beni comunali, terreni che erano ampi
e ricchi e che erano sfruttati collettivamente da tutti gli abitanti,
rivelandosi una fonte essenziale del benessere del territorio. A
causa dei costi della guerra contro i Turchi, Venezia fece una
rilevazione precisa di questi beni, che vennero venduti.
L’eliminazione dei bemi comunali portò a un nuovo ceto di
proprietari terrieri, fatto soprattutto di nobili veneziani, non più
direttamente coinvolti nel lavoro, e aumentò la superficie dei
seminati e delle vigne. Il catasto veneziano del 1740 registrò da
una parte una grande presenza di piccoli proprietari, che però
possedeva una piccola parte del territorio, dall’altra i grandi
proprietari, che nonostante il numero minore controllavano un’ampia
fetta del patrimonio.
Galletti ha poi
illustrato un particolare utilizzo del terreno agricolo diffuso in
questo periodo, la piantata, che però si rivelò una forma di
coltivazione non produttiva e un sistema non economicamente
funzionale, che portò a uno sfruttamento esagerato del suolo.
I prodotti principali di
questo secolo sono quelli coltivati precedentemente, tra cui il vino,
che però registrarono un calo della qualità in favore della
quantità. Unico settore di una certa vivacità fu quello
dell’allevamento dei bachi, con la coltivazione del gelso. I
tentativi di far fronte alla crisi, come quelli dell’Accademia
agraria di Conegliano o di particolari proprietari illuminati come
Nicolò Tron, portarono a poco. Il Settecento, come è emerso
dall’intervento di Galletti, ha significato una situazione di
complessivo declino per la campagna di Conegliano, che investì anche
la città, portando sempre più a una distinzione tra città
nobiliare e borghese e quella contadina fuori città.
PierAntonio Val,
Rappresentazioni della città nei secoli XVIII, XIX e XX
PierAntonio
Val, architetto, nato a Venezia 1955, laureato
nel 1980 presso l’Università IUAV di Venezia. Dal 1981 al 1999 ha
svolto attività didattica e di ricerca presso lo IUAV con V.
Gregotti; dal 2000 al 2004 è “visiting professor” presso il
Politecnico di Milano e dal 2002 ad oggi insegna alla Facoltà di
Architettura dell’Ateneo IUAV di Venezia. Partecipa come docente a
seminari di architettura in Italia e in varie università europee.
Svolge attività editoriale e di saggista, tra le sue principali
pubblicazioni si segnalano Venezia città del
moderno (1985); Quale
architettura all’interno della prassi
(1989); Relazione e distanza
(2007); Per una architettura delle costruzione
(2011).
L’architetto
Pierantonio Val, nel suo intervento, ha mostrato ai presenti
l’evoluzione della città di Conegliano dalla fine del Settecento
al secondo dopoguerra, attraverso numerose foto d’epoca e cartoline
della città.
La strada napoleonica e
l’arrivo della ferrovia nell’Ottocento (quest’ultima cambiò
radicalmente il paesaggio creando una sorta di cesura) hanno dato
avvio a una serie di trasformazioni. Nella seconda metà
dell’Ottocento si assiste a vari interventi urbanistici orientati a
rilanciare l’immagine di Conegliano: in questa direzione si
inseriscono il viale alberato dei passeggi e l’interramento del
Refosso, che determinano la nuova forma della città borghese, aperta
al territorio, visibile nelle cartoline di fine Ottocento. Sempre nel
XIX secolo ci furono due interventi neoclassici nel cuore della città
vecchia: la costruzione di Villa Gera, sul colle del castello che
domina la città, affidata all’architetto Jappelli nel 1830, e il
Teatro dell’Accademia, due interventi che dimostrano la volontà di
ammodernamento di quel periodo. Un’altra opera ottocentesca fu la
scalinata degli alpini. Fa da contraltare a questa serie di
trasformazioni la presenza di gruppi sensibili alle tematiche sociali
e allo sviluppo sostenibile: nel 1867 Innocenzo Pittoni fondò la
società operaia di mutuo soccorso e in questo periodo si costruirono
case operaie.
Nel corso del XX secolo,
come ha puntualizzato Val, l’immagine di Conegliano muta
progressivamente.
Dopo le ingenti
distruzioni della I guerra mondiale, si promosse una ricostruzione
fervida della città, il cui centro viene ormai identificato fuori
dalla città storica. Il processo di industrializzazione nel
Novecento avvenne al di sotto della ferrovia, dove si svilupparono le
industrie e si creò una città senza forma. Tra le due guerre ci
furono interventi in chiave aulica e magniloquente, per celebrare la
vittoria.
Nell’ultima parte del
suo intervento, Val ha mostrato l’espansione di Conegliano nel
secondo dopoguerra. Gli anni ’50 – ’70 furono caratterizzati da
piani di pura quantità edilizia localizzati al di sotto della linea
ferroviaria: uno sviluppo che portò a una dicotomia tra volontà
trasformativa del nuovo e quantità edificatoria. Val ha ricordato
infine che nella storia dell’architettura, unanimemente
riconosciuta, tra gli interventi architettonici del dopoguerra nel
secolo scorso, Conegliano appare nella critica ufficiale solo per il
progetto di Mario Ridolfi delle case popolari. Questo mostra la
dicotomia tra ricerca/risposta ad una domanda quantitativa (imposta
da quei tempi) e una volontà di ricerca, di forma e di qualità
rappresentativa e condivisa. A questo si aggiunge il progetto non
realizzato di Carlo Scarpa per la villa di Gino Zoppas: progetto in
questo caso redatto e non realizzato, ma nonostante questo, presente
nei testi di architettura di autorevoli critici.
Giovanni Tel,
Uno sguardo sul futuro: spazio pubblico e rigenerazione
urbana
Giovanni
Tel, architetto urbanista, è dirigente Area
Governo del Territorio – Sviluppo attività economiche e culturali
del Comune di Conegliano. Ha collaborato con le province di Venezia e
Treviso, con molti comuni della Marca, e ha tenuto seminari e corsi
di aggiornamento per architetti e pianificatori.
L’intervento conclusivo
di Giovanni Tel ha fornito molti stimoli e spunti di riflessione, in
molti casi anche provocazioni, ed è stato incentrato sul futuro
urbanistico della città.
Nelle parole di Tel, di
fronte alle incertezze e alle difficoltà del tempo presente occorre
reagire e sognare per segnare nuovi tracciati e restituire allo
spazio pubblico il suo ruolo. Servono strategie urbanistiche e piani
condivisi per fronteggiare l’attuale situazione.
Un primo punto messo in
evidenza è stato quello del dialogo tra i pieni e i vuoti della
città, per legare lo spazio aperto allo spazio costruito. Occorre
regolarità e modulità nella costruzione della città, facendo
attenzione al dettaglio e intervenendo in base alla realtà del
luogo.
Negli ultimi 50 anni
l’area urbana di Conegliano si è espansa e attorno si sono formati
nuclei sparsi che pulsano e spingono.
Le strategie individuate
da Tel sono orientate verso il progettare avendo in mente le
invarianti di tipo paesaggistico-ambientale, storico-monumentale e
architettonico; verso la tutela, per una riqualificazione e
valorizzazione degli spazi urbani; e verso il dimensionamento del
piano, individuando il limite della città.
Per quanto riguarda
possibili risposte, Tel ha proposto di andare oltre la zonizzazione e
pensare di ragionare su tessuti edilizi; di promuovere politiche di
recupero urbanistico dei vuoti e degli interstizi urbani; di cercare
nuovi equilibri nel rapporto tra pubblico e privato; di curare la
permeabilità e di incentivare l’edilizia sostenibile e la qualità
del costruito. Tel ha puntato soprattutto sul fatto di recuperare
spazio e ridare significato alla piazza (come piazza Calvi e Duca
d’Aosta), per cercare un rapporto tra il costruito e lo spazio
urbano.
Sono stati infine
individuati quattro epicentri per promuovere uno sviluppo della città
e per recuperare e valorizzare aree e spazi: una “porta” a nord,
che potrebbe interessare l’asse del Monticano; una a sud, nell’area
a vocazione sportiva attorno all’arena Zoppas; una a est, l’area
lungo la Pontebbana e via Matteotti, e infine una a ovest, la zona
dell’ex cotonificio, ell’ex casera S. Marco e di viale
Spellanzon.
Tel ha infine
sottolineato che occorre attenzione e cura allo spazio urbano, alla
qualità della città, al rapporto tra costruito e spazio pubblico,
cercando di collegare la città storica a quella meridionale, di
recuperare aree in degrado e soprattutto progettare nel rispetto del
territorio, per una città più dignitosa e vivibile.



