Mille Anni E Altro Ancora – Quando guidavano le stelle

10 Gennaio 2016 Commenti chiusi

Quando guidavano le stelle di A. Vanoli, il Mulino, racconta di un avventuroso viaggio che – attraverso quattro diverse rotte, chiamate appunto dall’autore “navigazioni”– accompagna il lettore lungo le sponde del Mar Mediterraneo, da sempre crocevia di civiltà, luogo di incontro, scambio, ibridazione tra culture. Si tratta di un viaggio che si muove nello spazio, ma anche nel tempo: in ogni tappa del percorso esploriamo infatti diversi luoghi che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche diversi periodi storici che hanno visto per protagonista questo mare e le sue genti. Dall’Atene di Pericle alla Napoli di inizio Novecento, in un intreccio tra luoghi ed epoche differenti, il lettore entra nel vivo di noti avvenimenti storici ma soprattutto nel cuore e nell’anima di tanti personaggi diversi, che narrano la loro storia e restituiscono il loro “senso del luogo” o, meglio, i tanti “sensi del luogo” che fanno la specificità e la ricchezza dell’area mediterranea; il rigore della ricerca storica – Vanoli è uno storico medievalista, la cui profonda conoscenza della disciplina traspare ad ogni pagina – incontra infatti l’immaginazione, la volontà dell’autore di raccontare la Storia, ma anche le micro-storie di personaggi quasi dimenticati. In questo affascinante viaggio il passato si intreccia al presente, la fantasia incontra la realtà, la mente è sospinta verso epoche e atmosfere apparantemente lontane e poi, quasi di colpo, riportata all’oggi, alle questioni più stringenti che segnano i nostri giorni. Così, durante la seconda navigazione (che parte da Betlemme e, passando per Costantinopoli, Palermo e le Colonne d’Ercole, approda a Genova) colpisce la straordinaria attualità di alcune riflessioni: da quella sui “barbari” – che incarnano “la nostra paura dei confini” e “il limite di ogni capacità di comprensione” nel tardo impero romano come oggi – a quella sull’Islam, che non è un “monolite”, ma un poliedro ricco di mille sfaccettature differenti, che andrebbero attentamente osservate e comprese per poter imparare “qualcosa che lega nel profondo tutti quanti noi, musulmani, cristiani, ebrei, mediterranei”.
È forse questo il maggior pregio del libro di Vanoli: mentre ripercorre la storia, secondo una prospettiva inedita ed estremamente affascinate, riflette sul presente e si fa strumento per comprendere meglio il mondo di oggi.
Alessia De Nardi, Università di Padova

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Mille anni e altro ancora – Piergiorgio Odifreddi

10 Gennaio 2016 Commenti chiusi

Nato a Cuneo nel 1950, laureato in matematica alla Normale di Pisa e professore di Logica presso l’università di Torino. Piergiorgio Odifreddi ha sicuramente un grande curriculum ma, purtroppo, parole come logica e matematica sono, ai più, concetti sterili, difficili ed estranei.

La divulgazione scientifica non è cosa banale, le teorie e i concetti della scienza e della matematica vengono studiati e pubblicati in un linguaggio incomprensibile per chi non ne ha fatto materia di studio, ed è proprio nel tradurre questo codice in parole e pensieri di uso comune che si trovano i problemi più grossi. Come spiegare concetti tanto astratti quanto difficili e controintuitivi senza l’uso del formalismo adeguato?
Utilizzare similitudini e metafore è uno dei metodi più efficaci e anche uno dei punti forti di Odifreddi. Nella trilogia “Il grande racconto della geometria” egli riesce a spiegare con molta chiarezza (e anche molta ironia) il mondo della geometria da Euclide a Goedel e fonde in maniera furba matematica con musica e arte. Furba perché si è reso conto che per trasmettere al lettore inesperto la bellezza che lui e gli altri studiosi di matematica vedono nella loro materia bisogna utilizzare qualcosa di universale e consueto: musica e arte.
L’identità di Eulero non dice nulla ad un osservatore che ignora il significato dei simboli, un Monet d’altro canto è apprezzabile, anche in un modo non esprimibile, da un illetterato d’arte, e pure una sonata di Beethoven può recar gioia e stupore a chi non sapesse neanche la forma di un pianoforte.
Da sempre l’uomo può apprezzare l’armonia di un paesaggio o le tonalità dello scrosciare delle onde nel mare. Odifreddi il matematico, vede un Van Gogh in un equazione, sente Bach nel nastro di Moebius e tramite la fusione sinestetica dei sensi può passare cosa significa, ad esempio, cambiare una metrica.
Nella trilogia citata prima si attinge molto da un artista che ha fatto un percorso contrario: ha messo la matematica nell’arte. Si parla di Maurits Cornelis Escher il quale ha scorto cosa c’è sotto il velo.

Odifreddi però non si limita alla matematica ma assume spesso e volentieri la parte di critica al Cristianesimo. Ci si potrebbe chiedere cosa un matematico può opporre alla religione, ma forse si è dimenticato uno dei grandi atei della passato secolo: Bertrand Russell.
Russell era un logico, un matematico e un filosofo, non c’è quindi sorpresa nel vedere Odifreddi l’ateo, a raccogliere la sua l’eredità. Odifreddi pubblica difatti un libro di aperta critica al cristianesimo “Perché non sono cristiano (e meno che mai cattolico)” che cita e vorrebbe continuare il “Perché non sono cristiano” di Russell, il quale forse non approverebbe i toni troppo accesi del discepolo. Entrambi usano una logica e il principio di bellezza (molto importante in matematica) per smontare l’enorme castello religioso fondato su una logica solo di sintassi.
Da “Il diavolo in cattedra”: <Poiché conoscere la logica permette di cogliere persino Dio in fallo, non c’è da stupirsi che l’insegnamento di questa disciplina sia spesso stato ritenuto un’opera del Demonio >.
Piergiorgio Odifreddi è in conclusione, più che un matematico con gran senso artistico, più che un ateo molto ironico, un giocatore di perle di vetro, o un Hessiano (quest’ultima per i matematici).
M. T. (terzo anno facoltà di fisica)

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La grande mostra su Andrea Schiavone a Venezia

10 Dicembre 2015 Commenti chiusi

La grande mostra su Andrea Schiavone a Venezia

Tra i pittori del Cinquecento veneziano, il nome di Andrea Schiavone è tra i meno noti al grande pubblico: qualche piccola e rara apparizione nei manuali scolastici sotto la voce “Manierismo veneziano”, poco interesse da parte degli studiosi, una sola monografia, risalente al 1980 in lingua inglese, di Francis Richardson. Ma si sa, le oscillazioni di gusto e fortuna critica coinvolgono numerosi artisti in ogni epoca.
Quella inaugurata il 27 novembre nella suggestiva cornice del Museo Correr di Venezia, “Splendori del Rinascimento a Venezia. Andrea Schiavone tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano” (che rimarrà aperta fino al 10 aprile 2016), è la prima mostra monografica dedicata ad Andrea Schiavone, la prima occasione per il pubblico di scoprire e conoscere il ruolo centrale che svolse nel panorama della pittura veneziana del Cinquecento. Per i curatori Enrico Maria Dal Pozzolo e Lionello Puppi si tratta di una mostra-ricerca, che fa il punto della situazione dopo decenni di ricerche, con un catalogo che costituisce un punto di riferimento per gli studi e gli approfondimenti successivi. Sono esposte oltre 140 tra dipinti, disegni e stampe, insieme a un ricco nucleo di libri e documenti storici, e per la prima volta sono riunite un’ottantina di opere di Schiavone, tra cui alcuni inediti, provenienti da prestigiose sedi museali.
Andrea Meldola, non Meldolla (come evidenziato dalla studiosa bellunese Silvia Miscellaneo, che per la mostra ha curato lo studio archivistico e documentario), è nato attorno al 1510 a Zara, in Dalmazia, possedimento veneziano, e per questo soprannominato Schiavone. I suoi genitori erano originari di Meldola, paese vicino a Forlì; morì nel 1563. Andrea era tutt’altro che poco noto nella Venezia del Cinquecento. Giunto nella città lagunare attorno al 1535, si affermò fin da subito sulla scena artista veneziana con un linguaggio pittorico rivoluzionario, di assoluta novità, dalle pennellate di tocco, veloci, sciolte, liquide. Suo maestro ideale fu Parmigianino – in mostra è esposta la famosa Madonna di San Zaccaria degli Uffizi di Firenze – conosciuto attraverso le stampe, che contribuirono a diffondere il suo particolare stile elegante e raffinato, dalle figure di santi allungate e sinuose. Dal grande pittore emiliano Andrea attinse modelli figurativi ed è stato il principale diffusore dell’opera parmigianinesca in area veneta. Nelle sale del Correr, oltre al Parmigianino, si trovano anche dipinti di altri pittori del cosiddetto Manierismo: Tintoretto, Tiziano (con la Madonna Aldobrandini della National Gallery di Londra), Vasari, Salviati, Paris Bordon, Jacopo Bassano, Polidoro da Lanciano, Lambert Sustris. Sono opere di confronto e di contesto, che mettono in risalto il dialogo, i contatti e lo scambio reciproci, nel senso di dare e avere, tra Schiavone e i suoi contemporanei.
La pittura di Schiavone fu ammirata da Tintoretto, Alessandro Vittoria, Annibale Carracci, El Greco. La pennellata del pittore dalmata, veloce e sintetica, piena di freschezza e di brio, criticata da Vasari, suggestionò soprattutto Tintoretto, il quale “teneva avanti di sé, come esemplare, un quadro di questo autore per impressionarsi di quel gran carattere di colorito, così forzuto e punto”, secondo la testimonianza del figlio Domenico.
Come altri artisti del suo tempo, fu inoltre rinomato incisore e utilizzò le tecniche della puntasecca e del bulino raggiungendo notevoli risultati. Fu apprezzato dai maggiori patrizi veneziani, che come riporta il Vasari tenevano suoi dipinti nelle loro nobili dimore. Si specializzò anche nel formato minore, per fregi e cassoni nuziali, con soggetti mitologici e profani.
Tra le principali opere schiavonesche esposte ricordiamo le “Nozze di Cupido e Psiche” dal Metropolitan Museum di New York, l’ “Infanzia di Giove” dalle collezioni dell’Earl of Wemyss, lo “Sposalizio mistico di santa Caterina” dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, e l’incisione con il “Ratto d’Europa” dal British Museum di Londra. Tra le opere a soggetto religioso spiccano due grandi tele provenienti dalla chiesa di San Pietro di Belluno, che in origine costituivano le portelle esterne dell’organo, l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata, considerate tra le migliori prove di Schiavone. Sotto l’angelo si apre sullo sfondo un suggestivo brano paesaggistico tra i più belli della sua produzione, con pennellate fatte di calda e vibrante materia cromatica, quasi impressionistica, che evoca la luce dorata del tramonto: si vedono una veduta sommaria e indefinita di un borgo della terraferma veneta, “di macchie o vero bozze, senza essere finita punto”, con la celebre espressione di Giorgio Vasari, e un piccolo san Francesco che riceve le stigmate, una sorta di fantasma. Le due sacre figure derivano da modelli di Parmigianino e Tiziano: la Madonna è memore di quella dipinta dal maestro cadorino nel 1537 per il convento di Santa Maria degli Angeli di Murano, nota attraverso l’incisione di Giacomo Caraglio.
“A parte la sua attività disordinata e il suo vivere alla giornata – secondo il curatore Puppi – quando Schiavone si impegna, raggiunge vertici di originalità assolutamente comparabili con quelli di Tiziano e di Tintoretto”.

Giorgio Reolon

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L’Isola

16 Agosto 2015 Commenti chiusi

L’Istria inizia subito prima del confine, procedendo da Trieste verso Est.
Dal punto di vista ambientale, come spesso accade, la linea di demarcazione politica non è che un pretesto, incongrua rispetto al territorio circostante.
Si differenzia però dal Carso per la natura lussureggiante; superata Basovizza con la sua memoria d’orrore, nonostante i segni della recente modernizzazione il paesaggio che si offre alla vista rimane intatto, tra il selvaggio e l’agricolo.
Si corre fra lievi alture coperte di boschi a perdita d’occhio, con segnali stradali che avvertono del passaggio di animali selvatici; non posso fare a meno di pensare all’orso di Claudio Magris, agli appostamenti notturni col nonno descritti in Microcosmi. Inoltrandosi verso il confine tra Slovenia e Croazia, altra linea pretestuosa, nonostante ora sia popolata da distributori di benzina.
Si susseguono campi, pascoli, fattorie anni Sessanta frutto di una pianificazione economica ancora valida e, immancabili sul ciglio della strada, i maialini allo spiedo che girano fin dal mattino in attesa dei turisti del fine settimana, con chioschi che vendono frutta, miele, tartufi o anche solo patate.
Come sovente avviene percorrendo penisole, il mare appare all’improvviso: una striscia blu che penetra in profondità tra alture verdeggianti, quasi un fiordo che termina in una stretta darsena sovrastata da un’altissima ciminiera, ricordo di un glorioso passato industriale.
La strada si mantiene molto alta sopra la costa e, dopo l’ultima curva, la visuale si apre sull’intero Golfo del Quarnaro. Anche ad uno spettatore ignaro l’immenso spettacolo della costa e i profili delle isole devono suggerire il formarsi di continenti sorti dalle acque primordiali. Il lontananza, verso est, la città di Fiume si estende intorno al suo porto, testimone della sua lunga e travagliata storia.
Il traghetto a Brestova lascia la terraferma suonando il consueto segnale e l’isola appare come un enorme drago verde accovacciato nel mare variamente blu. L’alta schiena curva e spelacchiata è il luogo più ventoso, dove nidificano i grifoni.
Solo venti minuti di traversata e si inizia la salita lungo l’unica strada che percorre
gli ottanta chilometri di Cherso, fino al ponte girevole di Ossero, prima di Lussino. L’ambiente marino e mediterraneo dell’isola cattura subito: sembra di vivere simultaneamente le epoche geologiche e storiche: dalla remota antichità in cui era abitata dai Liburni, alla cristianizzazione ad opera di Cirillo, inventore della lingua glagolitica di cui resta preziosa testimonianza la lapide di Valun.
Il paesaggio sembra lo stesso che videro quei primi abitanti, migliaia di ani fa: la macchia mediterranea che ricopre tutti i versanti riparati dalla bora è formata da boschetti di lecci, allori, querce, noccioli. Le radure sono disseminate da massi erratici candidi, macchiati del giallo della luce solare filtrata dal fogliame: alcuni sembrano più scuri e con la superficie meno uniforme. Il vento costante che muove le foglie sposta anche le chiazze dorate sulle pietre, tanto che alcune sembrano muoversi. Si muovono, infatti, essendo pecore, agnelli, capre… Indugiando con lo sguardo, non ci si stupirebbe di veder comparire un’antica divinità intenta a suonare il flauto. L’allevamento di ovini è sempre stata la grande risorsa dell’isola, insieme alla pesca, prima dell’arrivo dei turisti. Ora le pecore sono allevate spesso dagli stessi ristoratori che hanno ereditato piccoli pascoli sparsi sulle alture, accuratamente recintati dagli onnipresenti muretti a secco. Questi sono il vero segno rivelatore della presenza umana sull’isola, qui come in tutto il Mediterraneo, ricoprono con una fitta rete l’intero territorio, segnando confini, veri o presunti, domini, possessi e interruzioni che solo un locale può interpretare correttamente.
Le pecore qui sono quasi come animali domestici, hanno un nome proprio e sono curate con attenzioni che spesso costano fatiche per noi incomprensibili: ci sono ancora anziani che, la sera, quando cala il sole, percorrono lunghi tratti a piedi per portare loro, nei pascoli recintati lontani dal paese, il pane secco e il sale: gli integratori della dieta vegana seguita dagli ovini. Non mancano però le erbe aromatiche selvatiche: timo, salvia, origano: un po’ salate per il vento proveniente dal mare, così la carne degli agnelli è già bell’e pronta per la griglia.
Nella tarda primavera le zone più rocciose dell’isola sono coperte da cespugli di ginestra in fiore, uno spettacolo che da solo vale un viaggio. Ovunque si è avvolti dall’essenza aspra e dolce dell’elicrisio, qui chiamato magris; il suo aroma è così persistente da rimanere intrappolato nei vestiti, provocando fitte di nostalgia quando si ritrova nelle case di città in inverno,
In tutta l’isola il processo di antropizzazione sembra non aver subito grandi scossoni dall’età della pietra, nonostante gli innumerevoli governi e Stati che si sono succeduti,
Dai Castellieri paleolitici ai forni di cottura, ai muretti a secco, presenti fin dalla notte dei tempi, fino alle chiesette di paese, i cimiteri con le lapidi in pietra d’Istria (che altro, qui?). Tutti le case sono in pietre locali, e gli innumerevoli ovili, esempi di un’architettura rurale ingegnosa e perfettamente integrata con l’ambiente, danno il senso di una contiguità feconda e pacifica della popolazione col suo territorio.
Certo, i segni della storia si leggono ovunque: i leoni alati e le “rive” nei porti della Serenissima, i monumenti ai caduti delle due Guerre Mondiali, le Case del Popolo presenti in ogni sperduto villaggio e ora riciclate negli usi più fantasiosi.
Esiste perfino un minuscolo Museo della pecora, curato dagli antropologi di città venuti fin quassù inseguendo il sogno di uno sviluppo sostenibile, finora rispettato.
Si trova a Lubenizze, magico villaggio costruito a partire dal V. secolo prima di Cristo su uno sperone roccioso a forma di nave a picco sul mare.
Percorrendo le sue poche stradine, accuratamente acciottolate, si arriva alla roccia protesa verso l’Istria e la terraferma veneta, non senza aver superato l’ultimo arco d’uscita dal villaggio, prima del cimitero. Dalla rupe che sembra ergersi direttamente dalle onde, in un turbinio di voli di rondini di mare, si assiste ad un tramonto diventato ormai meta irrinunciabile per gli appassionati. Qui, al contrario di Santorini, vige la regola del silenzio, rotto solo dagli strazianti richiami delle pecore che si chiamano da un versante all’altro delle alture circostanti.
Infine, ci si ritrova alla riva dei minuscoli paesini della costa, a perlustrare le piccole spiagge di sassi o gli scogli abitati da crostacei e alghe.
L’acqua è diversamente blu o verde, con varie sfumature dallo smeraldo al cobalto, dipende dalla profondità, dalla vegetazione, dalle correnti, e si nuota accompagnati dai pesci, gli stessi che poi si mangiano la sera da Ivan: il sorriso di Martina ci accompagna nelle sere d’inverno, mentre la nebbia preme alle finestre come un ospite sgradito. Ma qui, ora, non ci resta che salutarli con la frase dei delfini di Douglas Adams: <Addio, e grazie per tutto il pesce>

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Apre a palazzo Sarcinelli la mostra su Carpaccio

2 Marzo 2015 Commenti chiusi


La pittura veneziana del primo Rinascimento porta soprattutto i nomi di Giovanni Bellini e di Vittore Carpaccio: quest’ultimo viene celebrato e ricordato in particolare per la sua pittura di storia, come autore di grandi cicli narrativi che adornavano le sale delle “scuole” di Venezia, importanti istituzioni, ovvero associazioni laiche di cittadini (mercanti, artigiani, pubblici funzionari) impegnati in opere di assistenza (famose le storie di sant’Orsola). Queste committenze, a cavallo tra XV e XVI secolo, misero in luce la sua vena di cronista, di narratore di una Venezia sospesa tra realtà e utopia, tra storia e leggenda, ricca di dettagli, con fantasiose architetture, simili a scenografie teatrali, e gente dai variopinti costumi che brulicano per le fondamenta e i campielli della città lagunare, facendosi interprete delle esigenze rappresentative e autocelebrative delle scuole. C’è poi il Carpaccio dei polittici e delle pale d’altare dallo spazio unificato, dei dipinti devozionali, delle figure di santi. Una stagione poco nota e studiata dell’attività del maestro è quella ultima, degli anni ’10 e ’20 del Cinquecento, fino alla morte, avvenuta tra 1525 e 1526. Un periodo di profonda crisi culturale e politica aveva segnato l’inizio del XVI secolo a Venezia, in particolare la cupa parentesi della guerra di Cambrai e le prime avvisaglie dell’insinuarsi di nuovi fermenti religiosi. Sul piano artistico inizia una florida stagione, con l’affermarsi della pittura rivoluzionaria dei più giovani Giorgione, Lotto, Tiziano, Sebastiano del Piombo, Pordenone. Ed è proprio sull’ultimo Carpaccio che viene posta la lente di ingrandimento, con la grande mostra monografica “Carpaccio. Vittore e Benedetto da Venezia all’Istria. L’autunno magico di un maestro”, che si inaugura venerdì 6 marzo e rimarrà aperta fino al 28 giugno 2015, allestita nelle sale del cinquecentesco palazzo Sarcinelli di Conegliano. Come si evince dal titolo, nelle intenzioni del curatore Giandomenico Romanelli e del comitato scientifico viene indagata anche l’attività del meno noto Benedetto, figlio di Vittore, documentato negli anni ’30 e ’40, in particolare a Capodistria (dove gli fu conferita la cittadinanza), che eredita e continua l’attività paterna, portando a termine alcune opere, interpretando la sua arte e riproponendo schemi tradizionali e figure di Madonne e santi. Si potranno così vedere le sei opere conosciute del figlio Benedetto, come due dignitose sacre conversazioni del Museo civico di Trieste. Altro aspetto che emerge è la geografia dell’arte carpaccesca: non solo commissioni veneziane ma anche in altre località dei domini della Serenissima, tra cui l’Istria, dove lavorò negli ultimi anni. In mostra si potranno infatti ammirare le grandi portelle d’organo dipinte per la cattedrale di Capodistria, raffiguranti la “Presentazione di Gesù al tempio” e la “Strage degli innocenti”, e la pala di Pirano. Nel percorso espositivo figurano alcuni dei capolavori della maturità del maestro, in particolare a soggetto religioso: la grande e affollata tela della “Crocifissione e apoteosi dei diecimila martiri del monte Ararat” (1515), un’eco delle guerre turche, il “San Giorgio che lotta con il drago” dell’abbazia di San Giorgio di Venezia (1516), con uno sfondo paesaggistico in cui si intravede la penitenza di san Girolamo e san Benedetto, il “Leone marciano” di Palazzo Ducale (1516) e il “San Paolo apostolo” della chiesa di San Domenico di Chioggia (1520), con la spada in mano e una croce piantata sul cuore, simbolo della sua totale adesione a Cristo; per la prima volta è stato ricomposto il trittico di Santa Fosca (1514), diviso tra Venezia (“San Pietro Martire”), Bergamo (“San Rocco e l’offerente Pietro Lippomanno”) e Zagabria (“San Sebastiano”). Degna di nota è la presenza dell’importante polittico della chiesa di San Tommaso di Pozzale di Cadore, firmato e datato 1519, come si legge nel sottostante cartiglio: raffigura la Madonna con Bambino nel pannello centrale, i santi Tommaso apostolo, titolare della chiesa, e Dionisio vescovo in quelli laterali, e sopra, a mezzo busto, Rocco e Sebastiano. Il pregevole dipinto cadorino, dall’impianto compositivo tradizionale, è stato recentemente e ampiamente studiato da Giorgio Fossaluzza nel libro “Vittore Carpaccio a Pozzale di Cadore, 1519” (2012), che ne ha evidenziato gli aspetti iconografici e la committenza, allargando il discorso al contesto artistico, religioso e culturale e alla tarda produzione del pittore. La mostra è inoltre arricchita da altre opere, tra cui una lettera autografa di Carpaccio, datata 15 agosto 1511, disegni e appunti di argomento carpaccesco dello studioso ottocentesco Giovanni Battista Cavalcaselle, tre interessanti disegni di Carpaccio raffiguranti studi di figure, provenienti dal Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi di Firenze, e alcune carte geografiche cinquecentesche.
La mostra non si ferma a palazzo Sarcinelli: è infatti corredata da una serie di itinerari che vogliono integrare la visita, per permettere al visitatore di scoprire i tesori artistici del tempo di Carpaccio disseminati nel territorio veneto circostante, vero e proprio “museo diffuso”. A iniziare dalla città ospitante, Conegliano, con le pale di Cima e Beccaruzzi in Duomo e il ciclo di affreschi di Francesco da Milano nella sala dei Battuti; e poi, solo per citare alcuni nomi e località, Castelfranco, con la famosa pala di Giorgione, San Fior con il polittico di Cima, le opere di Lorenzo Lotto ad Asolo e a Quinto di Treviso, Tiziano Vecellio a Vittorio Veneto, Treviso, Sedico e Pieve di Cadore.
Come scrive Augusto Gentili (1996), uno dei componenti del comitato promotore, Carpaccio è “un pittore di propaganda e di intervento, che sotto velame di storia di devozione e d’avventura racconta allegoricamente timori e speranze della storia contemporanea, mettendo al servizio delle istituzioni veneziane l’affascinante potere delle immagini”.

Giorgio Reolon

La rosa bionda

26 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Il romanzo “La rosa bionda”, Piazza Editore, scritto da Isabella Gianelloni rappresenta uno
spaccato della nostra Italia nel corso di quaranta lunghi anni. La storia, che ha carattere di saga, si dipana, infatti, dal 1903 al 1944. L’Autrice asserisce di essersi liberamente ispirata a una storia vera e questo preambolo rende la lettura ancora più avvincente e, a tratti, incredibile. Per entrare nel vivo della straordinaria narrazione, infatti, occorre predisporsi a rinunciare a ogni preconcetto, ad ascoltare la ‘voce’ imperiosa, lucida, caparbia, a tratti straziata, di Tea, la rosa bionda, che potrebbe appartenere al nostro secolo per la sua modernità.
Il testo é incentrato sulle passioni. L’Autrice adotta la tecnica del flash back in modo nuovo e affascinante.
Lascia riemergere il passato, tumultuoso come le onde del mare della sua Trieste, nel corso del viaggio che sceglie di intraprendere per partire da Napoli e tornare a casa. E si rivede giovanissima, dotata di una bellezza fuori dal comune, che diviene il suo lasciapassare e la sua condanna. La chioma bionda e gli occhi azzurri scatenano le passioni amorose, delle quali sa assumersi le responsabilità con coraggio e anticonformismo, ma Tea non é donna, che ambisce a una tranquilla vita coniugale. Sposa Arnaldo, impegnato nel Partito contro il regime di Mussolini, che si sta facendo strada in Italia e, insieme all’uomo, sposa la causa. L’aspetto più difficile da accettare del testo é il rapporto della protagonista con il figlio Spartaco. Ella, in nome della passione politica, accetta di separarsi dal bimbo e di vivere lontana da lui per molti anni. Il dolore la dilania. Non potrebbe essere altrimenti. I figli nascono dal grembo e restano legati a esso fino alla fine del tempo. Ma nel caso di Tea l’ideale di contribuire a regalare al figlio un Paese libero, si rivela più forte della necessità di restare accanto al bambino nella fasi più delicate della sua crescita. Spartaco viene affidato ai nonni paterni e il padre, che a causa del proprio attivismo, viene arrestato ed é costretto a condurre un’esistenza da fuggiasco, non riesce a perdonare Tea per la sua scelta di abbandonarli entrambi. Teme che la donna, scortata da una città all’altra dai compagni, possa tradirlo e, soprattutto, la condanna per la scelta di non restare accanto al figlio. E’ un giudizio che si legge tra le righe, in quanto i due si sposano nella consapevolezza di essere al servizio del socialismo… Ma é un giudizio inevitabile, in quanto poche donne potrebbero decidere di anteporre una passione politica al ruolo ancestrale di madre.
Isabella Gianelloni costruisce la trama con una tale maestria da riuscire a proiettare il lettore nelle varie situazioni in cui viene a trovarsi la ‘rosa bionda’ e a renderlo inevitabilmente vicino al suo destino di passionaria e di madre afflitta da insanabile senso di colpa.
Ella affresca con perizia i luoghi nei quali si svolgono le azioni; focalizza i personaggi, mettendo a fuoco i loro particolari fisici e caratteriali salienti; scava negli stati d’animo con una pietas che incanta e incatena.
Il suo stile prende, spesso, il sopravvento, sulla storia stessa, in quanto è ricco di sferzate narrative, é trascinante, innovativo, di fortissimo impatto emotivo.
Un romanzo, “La rosa bionda” che consente di viaggiare lungo i drammi dell’Italia, dell’Istria, della Francia, della Spagna, nel corso di un lungo periodo che vide l’Europa in ginocchio e i sogni stracciati come fogli di giornali.
I protagonisti inseguono senza sosta, pagando spesso con la vita, il sogno di una terra in cui regnino la liberta, l’uguaglianza, la giustizia e il loro restare indomiti dopo gli arresti, i confini, li rende autentici ‘eroi silenziosi’. Il contrasto con l’era che viviamo li fa apparire quanto mai anacronistici.
E induce a riflettere sull’ignavia. Sulla povertà di entusiasmo che caratterizza i nostri giorni. Il romanzo può definirsi senz’altro didattico.
“La rosa bionda” travolge nel suo flusso, mette in crisi… spinge sull’orlo del giudizio, ma poi scaraventa nella palude dell’oggi e lascia che le figure di Tea, di Arnaldo, di Vladimiro, di Bruno, di Spartaco giganteggino… e lascino impronte indelebili sulle nostre anime!
Maria Rizzi

Il Pittore al Rogo

20 Ottobre 2014 Commenti chiusi

IL PITTORE AL ROGO
Studio su una passione
di e con Carlo De Poi
Collettivo di Ricerca Teatrale

Presentazione

La Marca Trevigiana si rivela nel ‘500 territorio ricco di movimenti che il successivo svolgersi della Storia dichiarerà “eretici” solo perché perdenti.
Due i principali gruppi di “eretici”che si formano attorno alla metà del ‘500: quello Serravallese che avrà come riferimento Marcantonio Flaminio e Alessandro Citolini e quello Coneglianese ispirato dal Vescovo Centanni e probabilmente anche da Vergerio, Vescovo di Capodistria.
Lo scontro in atto all’interno della Chiesa è violento e drammatico tra chi vuole mantenere lo status quo – privilegi e potere – e i movimenti che chiedono un ritorno alla Chiesa delle origini. In Italia il punto di riferimento per questo secondo è il Cardinale Reginald Poole.
Già dalle prime fasi del Concilio di Trento, iniziato nel 1545, si può intuire che saranno deluse le speranze dei rinnovatori di giungere alla conciliazione fra le varie parti: il Cardinal Poole, già agli inizi del 1546, abbandonerà il Concilio, per con motivi di salute. Nel 1549, per un solo voto non sarò eletto Papa.
Negli stessi anni la Chiesa Romana ridà grande spazio e potere ai Tribunali dell’Inquisizione e alla repressione di ogni forma di dissenso e contestazione.
La vita di Ricardo Perucolo, depentor de Conejan, si svolge all’interno di questo contesto. Pochi i documenti, poche le tracce lasciate , quasi nulle le sue opere rimaste; quasi si sia voluto cancellarne la memoria.
Eppure, grazie al meticoloso e appassionato lavoro di ricerca di due grandi storici e studiosi di storia dell’arte, Lionello Puppi e Giandomenico Romanelli, abbiamo oggi due testi straordinari, “Un trono di fuoco” e “Il pittore imprigionato”, che ricostruiscono la sua tragica vicenda e la sua tremenda fine sul rogo tra il 22 febbraio e la metà di marzo del1568.
Ricardo Perucolo, seppur figlio di un modesto muratore, probabilmente grazie ai sacrifici della famiglia, ha la possibilità di frequentare le scuole a Conegliano, poi di diventare maestro pittore; insomma di avere una vita diversa e socialmente migliore.
Ha un difetto, grave per il suo e per ogni tempo: non sopporta le ingiustizie, le sopraffazioni, il potere cieco, ottuso e violento. Crede e combatte per il rinnovamento sociale e religioso della sua epoca.
Nel 1549, grazie alla rete di delatori, spie e inquisitori efficientemente creata ed organizzata da Monsignor Giovanni della Casa – si, proprio lui, quello del Galateo – viene arrestato per eresia, torturato e condannato all’abiura pubblica ogni domenica per un anno e mezzo.
Passerà poi quasi vent’anni nell’ombra, mantenendosi però fedele alle sue idee.
Ma la rete inquisitoria continuerà a funzionare e alla fine lo porterà al secondo arresto e alla pena capitale perché “relapso”, ricaduto nell’eresia.

Ricardo Perucolo è un pesce piccolo, travolto e straziato dalle bufere della Storia; sicuramente poco significativo per il contributo che ha portato al movimento in cui credeva.
Eppure, o forse proprio per questo, mi sono appassionato a lui, piccolo uomo, senza protezioni, che ha combattuto la sua battaglia ideale in solitudine – se non per il suo grande amico, collega, confidente e complice, con lui condannato, Niccolò Dalle Monache -
a lui che, malgrado tutto, è rimasto coerente con le sue idee, continuando a combattere fino alla fine per garantire, almeno a se stesso, la dignità di uomo.
Il racconto che farò, e che per questo ho chiamato “studio su una passione”, vuole essere l’inizio di un percorso per “ritrovarlo” fra le ombre del passato; per “incontrarlo”, per “conoscerlo”; con l’obiettivo di portare un contributo, magari piccolo, a far si che venga tolto dall’oblio in cui le violenze e le sopraffazioni di potenti – che chissà perché continuiamo a chiamare uomini – dopo averlo straziato, hanno voluto imprigionarlo.
Carlo De Poi
17 10 2014

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Presentazione del libro “La Lucania a piedi” di Nicola D’Imperio

11 Marzo 2014 Commenti chiusi

Si può ritornare nella propria terra in molti modi, non solo cambiando cinque volte treno per raggiungere, da Vittorio Veneto, Matera, la città in cui sono vissuta per tanti anni, ma anche, più piacevolmente, presentando un libro che è insieme un diario di viaggio, un percorso letterario in prosa e in versi, un documento storico-etnologico, un reportage fotografico sulla mia terra d’origine, la Lucania.
Un libro che è tante cose, dunque; d’altronde, il suo autore, Nicola d’Imperio – con cui ho in comune l’essere nata in un paese lucano in cui Carlo Levi è stato confinato, io a Grassano, Nicola d’Imperio ad Aliano, l’aver frequentato lo stesso liceo a Matera, l’aver lasciato durante la giovinezza la Lucania per il Nord, e persino una mamma maestra – è tante persone: è medico, pittore, scrittore, escursionista.
Il libro “ La Lucania a piedi dallo Ionio al Tirreno” è il resoconto di un viaggio “lento”, a piedi, che ha impegnato l’autore e alcuni amici per otto giorni, dal 7 al 14 agosto 2010, ma è soprattutto il ricongiungimento con l’ambiente originario e dunque con un paesaggio concreto e mitico allo stesso tempo. Quest’ultimo aspetto si rivela nei racconti in corsivo che l’autore sapientemente inserisce nell’ordito del libro e che gli consentono di recuperare leggende, figure ancestrali, magiche, favolistiche della tradizione lucana, dai briganti che strappano e mordono il cuore delle loro vittime e le altrettanto feroci brigantesse, ai monacelli, fantasmi bambini, con tanta voglia di giocare, a un’entità che genera ancora oggi inquietudine, il lupomn; il termine “lucania” deriva, dice l’autore, da lupo e il lupomn altro non è che il lupo mannaro, un uomo che, di notte, subendo il fascino della luna di cui è innamorato, si trasforma.
La luna è una componente importante del paesaggio lucano; si tratta proprio di una luna silenziosa, di leopardiana memoria, una luna che si staglia luminosa in un paesaggio remoto, fatto di distese interrotte da rilievi levigati dal tempo, immoti.
In un passo molto bello, Nicola D’Imperio parla anche di un’altra luce, quella dell’alba trattenuta dall’elemento più tipico e caratteristico della Lucania, l’argilla; questa restituisce il colore dell’alba – che ha conservato – quando quel momento è ormai scomparso, trascorso.
Il paesaggio lucano conserva – e forse proprio per questo è antico, enigmatico, silenzioso. E’ un paesaggio malinconico perché del tempo serba memoria.
Il tempo trascorso è palpabile anche nei calanchi fratturati, erosi, scabri , nei paesi -distanti tra loro anche cento chilometri – arroccati sui rilievi con una torre svettante, quasi il Medioevo non fosse mai finito, nel suono delle fontane e in quello del pascolo, in quello dei campanacci delle secche mucche podoliche che l’autore definisce “ solitarie, silenziose, schive ma con grandi occhi umidi che si fanno leggere dentro”, nei ciottoli dei fiumi che portano il segno delle piene improvvise e ricorrenti.
Durante la presentazione che a Matera fece del libro di Nicola D’Imperio, Lucio Dalla notò che i luoghi determinano la natura degli abitanti che la abitano. Ebbene, per ritrovare il carattere del lucano, non c’è dunque che percorrerli e, come ha fatto l’autore, riconoscersi in essi.

Giacinta Moliterni Conegliano, 1/3/2014

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Convegno Pittori e Misteri a Conegliano

11 Febbraio 2014 Commenti chiusi

Pittori e misteri a Conegliano

Il convegno “Pittori e misteri a Conegliano”, organizzato da Artestoria e tenutosi il 7 febbraio nell’aula magna dell’ex convento S. Francesco, ha voluto rileggere e approfondire l’attività di alcuni artisti operanti nel territorio coneglianese, sulla base di recenti studi, in particolare risultati delle ricerche e delle tesi di laurea di giovani studiosi. Una serata molto densa di arte, con la partecipazione di un pubblico numeroso, che ha offerto novità e interessanti rivelazioni e che ha permesso di conoscere meglio un patrimonio artistico di notevole interesse.
Si è voluto innanzitutto leggere quella che è l’opera autografa e documentata, per individuare riferimenti, modelli e paletti sicuri nell’orientarsi di fronte a opere di incerta o dubbia attribuzione. Le immagini sono il primo documento, e a queste si intrecciano le testimonianze e le fonti d’archivio e le ragioni della committenza. Ogni artista è stato poi inserito in un contesto storico-artistico: quello ampio, articolato e complesso che va dai primi decenni del Cinquecento, l’ultima stagione della Rinascenza, fino ai primi del Seicento, passando per il manierismo e la profonda eco delle dinamiche della controriforma cattolica. Gli artisti scelti e presentati sono sia pittori nativi di Conegliano (Francesco Beccaruzzi), sia artisti veneti (Cesare Vecellio, Ludovico Fiumicelli, Francesco Frigimelica e il Pordenone) operanti nel territorio: questi artisti si fanno sensibili interpreti del nuovo contesto artistico e culturale e guardando al nuovo linguaggio dei maestri veneziani del Cinquecento (all’inizio dominato da Tiziano e poi segnato da Veronese, Tintoretto, Jacopo Bassano e Palma il giovane) lo traducono, lo interpretano e lo declinano in un linguaggio accessibile, non privo di note di originalità, e che sappia soddisfare le esigenze di una variegata committenza dell’entroterra veneziano, in particolare comunità parrocchiali, famiglie aristocratiche e benestanti, confraternite. Il convegno ha messo la lente di ingrandimento su artisti noti e meno noti, spesso etichettati come “minori” o “provinciali”, per fare il punto della situazione sui loro studi e per cercare di superare uno sguardo di indagine riduttivo e limitante e di inserire questi artisti in una dimensione storica.
L’arte infatti si inserisce nella grande rete della storia, esamina manufatti che sono il prodotto di una società e di una cultura e che rispecchiano quella società e quella cultura. La storia dell’arte è anche fatta di misteri e questo è uno stimolo in più per continuare a fare ricerca e studiare, con passione e rigore storico e scientifico. Occorre un paziente lavoro di lettura e incrocio di testi e immagini, per interpretare e contestualizzare l’opera e l’autore. Un’immagine efficace è quella dello storico dell’arte come un detective: i suoi indizi sono essenzialmente le immagini e i documenti.
Moderatore del convegno, i cui atti sono in corso di pubblicazione, è stato Andrea Bellieni, dei Musei Civici Veneziani.

Antonio Soligon ha presentato il recente restauro della pala del Battesimo di Cristo di Francesco Frigimelica del Duomo di Conegliano, finanziato dall’Inner Wheel, e si è soffermato sulla provenienza, la committenza (i padri crociferi della chiesa dei ss. Martino e Rosa, in cui forse l’opera è giunta come dono dei fedeli) e soprattutto sul confronto tra il dipinto di Frigimelica e il suo modello, il Battesimo di Palma il giovane della chiesa di Lentiai, mettendo in evidenza le significative modifiche. Infatti Frigimelica non si è limitato a copiare meccanicamente la fonte, ma l’ha interpretata con il suo colorismo e secondo i desideri della committenza: egli ha operato un processo di semplificazione, traducendo il messaggio evangelico in modo più semplice, chiaro e comprensibile. Il Battista del Frigimelica ha un manto rosso, che allude al sangue del martire; gli angeli, vestiti di blu e di rosso, colori che ci richiamano la divinità e l’umanità di Cristo, tengono tra le mani un telo di lino bianco in cui avvolgeranno il corpo di Gesù, immagine del corporale del sacerdote che accoglie l’ostia consacrata.

L’intervento di Giorgio Reolon è stato incentrato su due artisti che hanno in comune il nome, Cesare Vecellio e Cesare da Conegliano, ed entrambi attivi nella seconda metà del Cinquecento. Il primo, cugino di secondo grado di Tiziano, è ben noto, e Reolon ha ripercorso brevemente la sua attività di pittore nel territorio della diocesi di Ceneda, in particolare nella chiesa dell’Assunta di Lentiai (pregevole il soffitto con le storie di Maria) e nella chiesa di Tarzo, con la grande pala della presentazione di Gesù al tempio. Cesare Vecellio, iscritto alla fraglia dei pittori veneziani tra 1584 e 1595 e attivo in laguna come incisore e stampatore, è radicato nella temperie tardo manierista della Venezia di fine Cinquecento (soprattutto il naturalismo dei Bassano). Un legame tra il Vecellio e Conegliano si ha nel famoso ed enciclopedico trattato illustrato Habiti antichi e moderni (1590), che l’autore dedica al nobile e illustre coneglianese Pietro Montalban, nominato cavaliere dal re di Francia e conte dall’imperatore asburgico, un rapporto tuttora indagato da Reolon. La figura del secondo Cesare è invece alquanto misteriosa e sfuggente, perché non si conosce nulla su di lui: il suo nome è noto solo per la grande tela dell’Ultima cena della chiesa dei Ss. Apostoli di Venezia, datata 1583 e firmata “Cesare da Conegliano fecit”: una commissione che si inserisce nel contesto di disciplinamento religioso inaugurato dal Concilio di Trento e in quello dell’opera delle confraternite del Santissimo Sacramento, dedite a promuovere il culto dell’ostia nel tabernacolo. Su questo pittore Reolon ha proposto una nuova e suggestiva interpretazione: che in realtà questo Cesare da Conegliano sia da identificare con Cesare Vecellio. Schiacciante il confronto di alcuni dettagli della tela veneziana con altrettanti di opere coeve e autografe del Vecellio, in cui si nota la precisione, l’analisi descrittiva della sua pennellata e le robuste anatomie, che hanno mostrato come dietro la tela veneziana si celi la mano di Cesare Vecellio.

Francesco Beccaruzzi è stato analizzato da Sabina Collodel, che ha ripercorso l’attività e l’opera del pittore coneglianese e la sua fortuna critica. Nello studio su questo pittore c’è il problema della discrepanza che intercorre tra la figura storica di Beccaruzzi, ossia quella ricostruibile attraverso i documenti, e quella creata e tramandata da critici e studiosi, che ha contribuito a rendere ancora più difficile la conoscenza di quest’artista. Nel corso dei secoli gli sono stati attribuiti oltre un centinaio di dipinti, ma la sua produzione artistica è oggi attestata con certezza solamente da due pale d’altare: San Francesco riceve le stigmate e sei santi, nel Duomo di Conegliano, e l’Assunzione della Vergine, nel Duomo di Valdobbiadene. Come ha mostrato la Collodel, questo artista dimostra doti e capacità creative e compositive, di fronte ai modelli di Tiziano e Paris Bordon. La studiosa, nella sua tesi di laurea dedicata a Beccaruzzi (un ingente lavoro di ricognizione e analisi dell’intero catalogo), è riuscita a rintracciare un’opera ritenuta perduta, il San Francesco in orazione nel deserto, che era stata riprodotta in un’incisione ottocentesca: in realtà il dipinto non andò mai perduto ma entrò a far parte di una collezione privata, la collezione Mestrovich, parte della quale è ora a Ca’ Rezzonico. Beccaruzzi è anche autore di ritratti, come quello di gentildonna all’Accademia Carrara di Bergamo e quello di gentiluomo della Galleria Colonna di Roma. Dal ritratto di artista tratteggiato dalla Collodel è emerso un pittore capace e che dovette riscuotere un discreto successo, che visse nell’ambiente artistico vivace della Treviso della prima metà del Cinquecento, con gli stimoli derivati da Pordenone e Paris Bordon.

Anna Posocco ha invece parlato di Ludovico Fiumicelli, artista poco noto, ma di cui si può apprezzare la grande qualità pittorica. Nella sua tesi monografica su questo pittore, la Posocco ha offerto un tassello ulteriore alla conoscenza dell’arte della marca trevigiana. Come Beccaruzzi, suoi riferimenti furono Tiziano, Paris Bordon e il Pordenone. Originario di Vicenza, ben presto si trasferì a Conegliano, dove eseguì le sue prime opere, ovvero l’affresco sulla facciata del Monte di Pietà (attuale Hotel Canon D’Oro) e il trittico ad affresco nell’abside della chiesa di Campolongo. La Posocco ha ricordato il rapporto di collaborazione tra Fiumicelli e Beccaruzzi, caratterizzato però da continui litigi e contrasti, legati alla spartizione dei compensi ricevuti per alcune pitture realizzate assieme. Tra le sue poche opere documentate, quella che ottenne più successo fu la grande pala per l’altar maggiore della chiesa degli Eremitani di Padova. Un’altra opera di rilievo sono gli affreschi della cappella Greco nella chiesa di S. Maria Maggiore di Treviso. Personaggio eclettico, Fiumicelli fu anche capitano degli archibugieri di Conegliano e architetto militare a servizio della Repubblica di Venezia. Dai documenti traspare una personalità irrequieta, coinvolta in numerose controversie. A questo temperamento corrisponde una produzione pittorica estremamente varia che seppe accogliere differenti linguaggi, raggiungendo talvolta risultati innovativi ed esemplari.

Alla fine è stato presentato il recente libro di Francesco Boni de’ Nobili, Giovanni Antonio De’ Sacchis il Pordenone, edito da De Bastiani, che ricostruisce la biografia di Pordenone, pittore friulano dal carattere deciso, dinamico, violento. L’autore ha raccontato in modo vivace e accattivante la vita di questo grande pittore, fatta di capolavori e peripezie, anche attraverso gossip e intriganti vicende, sullo sfondo del turbolento e travagliato periodo storico tra fine Quattrocento e primi decenni del Cinquecento. L’autore ha anche ricordato la confusione sorta intorno al suo nome, a partire dal Vasari che lo presentò come Giovanni Antonio Licinio da Pordenone. Fino ad arrivare alla morte, sopraggiunta fulminea e subdola nel 1539, in perfetto stile rinascimentale.

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Mostra “Verso Monet” a Verona: il paesaggio nell’arte

14 Gennaio 2014 Commenti chiusi





È allestita fino al 9 febbraio 2014 la grande mostra “Verso Monet. Storia del paesaggio dal ‘600 al ‘900”, evento curato da Linea d’Ombra di Marco Goldin, ricca di capolavori provenienti dai musei di tutto il mondo. Il tema della natura ha sempre affascinato gli artisti di ogni tempo, che lo hanno interpretato nelle loro opere, filtrandolo attraverso il loro sguardo, il loro estro creativo, il loro sentimento e il loro bagaglio artistico e culturale. Salito l’ampio scalone monumentale del Palazzo della Gran Guardia di Verona, si entra nelle sale dove in ordine cronologico incontriamo dipinti di paesaggi dei grandi maestri dell’arte europea e americana. Il percorso espositivo si snoda in cinque sezioni: si conclude con Monet, uno dei principali esponenti dell’impressionismo, che con le sue serie di ninfee apre ormai le porte alle grandi sperimentazioni dell’arte novecentesca.
Fino al ‘500 il paesaggio nell’arte non ha avuto ancora piena autonomia ed emancipazione: è ancora subordinato alla scena, sia essa storica, religiosa o mitologica. Il paesaggio, dunque, viene inteso ancora principalmente come sfondo alla composizione. Proprio nel corso del ‘500 inizia a imporsi come soggetto autonomo, ma è nel ‘600 che registriamo la sua ascesa artistica. La mostra inizia con alcune opere del XVII secolo: Carracci, Domenichino, Salvator Rosa, Poussin e Lorrain. In Annibale Carracci è ancora vivo il ricordo della grande stagione dell’arte rinascimentale veneziana, con in testa il Tiziano: il suo “San Giovanni Battista”, degli ultimi anni del ‘500, è immerso in un paesaggio con alberi frondosi e un torrentello, l’orizzonte lontano che sfuma, il tutto avvolto dalla morbida luce soffusa dell’alba o del vespro, che ammorbidisce anche i colori. È interessante confrontare i due grandi pittori francesi Poussin e Lorrain: del primo è esposto un quadro a soggetto mitologico, “Paesaggio con le ceneri di Focione” (1648), con una luce che è di pieno giorno e con il suo stile accademico e disegnato; di risultato molto diverso è quello di Lorrain, “Paesaggio con san Filippo che battezza l’eunuco” (1678): la sua pittura ha un qualcosa di “romantico”, con pennellate più fluide, morbide; la luce è chiara, soffusa, crepuscolare o mattutina, e davanti alla sua natura sembra di percepire le vibrazioni atmosferiche, il fruscio delle fronde.
Si passa poi al grande capitolo della veduta settecentesca: qui la rappresentazione del paesaggio diventa precisa, analitica e puntuale, anche grazie allo strumento della camera ottica. I pittori sembrano dei fotografi e fermano nella tela la società e la vita cittadina del tempo: ci sono i grandi pittori veneziani del vedutismo, Canaletto, Bellotto, Guardi. Incontriamo soprattutto paesaggi urbani, la città di Venezia in primis (ma anche Roma, con una veduta di Van Wittel, e Verona, con Bellotto) e i suoi famosi scorci di S. Marco, S. Giorgio e del Ponte di Rialto: vediamo i canali pullulanti di barche e gondole, i campi, le calli e i campielli animati da un brulichio di persone. Siamo nel secolo del Grand Tour e Venezia è una delle principali mete. La pittura di Guardi è più rarefatta, viva, con pennellate quasi di tocco, mentre quella di Canaletto è più oggettiva, minuziosa, ricca di dettagli. Il ‘700 è anche il secolo dei “capricci”, paesaggi che diventano collage fantasiosi di più edifici.
È col Romanticismo, nella prima metà dell’800, che il paesaggio per molti artisti diventò un luogo dell’anima e del cuore, un mondo poetico, infinito e sublime, visto attraverso la lente del sentimento interiore. E il pittore inizia a lavorare in modo indipendente, non più condizionato dalla committenza ecclesiastica o nobiliare. La natura diventa protagonista assoluta, sia la natura bella, positiva, addomesticata, sia quella selvaggia, “matrigna” (per citare Leopardi). L’800 è il secolo del pittoresco e del sublime, quest’ultimo un sentimento che nasce dal senso di smarrimento e dallo sperimentare la nostra piccolezza di fronte alla grandiosità della natura che ci sovrasta. È stato Friedrich uno dei maggiori interpreti del sublime, con i suoi paesaggi in cui l’uomo, sempre piccolissimo e di spalle, ammira con profonda ammirazione e quasi con vertigine l’infinità degli scenari naturali. Uno dei soggetti più ricorrenti nei suoi dipinti è il mare, simbolo della vita e dell’infinito: in mostra vediamo “Mare al chiaro di luna”, con il mare che si colora d’argento: sembra di trovarsi proprio sugli scogli. I paesaggi di Turner sono nuovi e originali per il suo tempo, coinvolgono l’osservatore con i suoi vortici di colore che smaterializzano la realtà; bellissima la scena dell’eruzione del vulcano Soufriere, con la materia pittorica che diventa incandescente come lava e che illumina la notte. Scenari ampi e sconfinati, con una natura incontaminata, sono quelli di Ferdinand von Wright, Karoly Lotz, Martin Johnson Haede e Albert Bierstadt. Più intimi il “Sottobosco” di Constable e la “Ville d’Avray” di Corot. Non poteva mancare la forza del realismo di Courbet, con un dipinto dove vediamo un mare mosso e spumoso, con i cavalloni delle onde; mentre un realismo più popolare e dimesso è quello di Millet, presente con la “Fattoria a Vauville”.
L’800 è un secolo dalle molte sfumature e sfaccettature, in particolare l’ultimo quarto, dove inizia a entrare nell’arte, oltre alla rappresentazione oggettiva della natura, anche la personalità del pittore, il suo mondo interiore, il suo io, a volte tormentato, che trasfigura la realtà che lo circonda. Ed è il periodo delle novità artistiche dell’Impressionismo, con la sua pittura all’aria aperta e un nuovo modo di guardare la natura e di tradurla sulla tela. Si cerca di rendere la mobilità, le impressioni fuggevoli, l’atmosfera, la luce. Le pennellate diventano virgolette, puntini, con risultati di grande effetto e suggestione: le nebbie, l’umidità, i fiori, i cespugli, i prati, i giardini, il luccichio e il tremolio dell’acqua che riflette i colori; una natura viva, vera, pulsante, percepibile, palpabile, fonte di continua ispirazione. Prima di raggiungere la sala di Monet si incontrano Pissarro, Boudin (che insegnava a Monet: “fate come me, e imparate a disegnare il mare, la luce, il cielo blu”), Manet, Renoir; e poi alcune opere dei maestri del post-Impressionismo: Cezanne, Gauguin e Van Gogh. Di Cezanne è esposta una delle tante versioni della “Montagna Sainte Victoire”, con le pennellate larghe di colore, quasi pezze, che costruiscono concretamente e solidamente la montagna e anticipano il cubismo. Gaugin ci trasporta dapprima in Bretagna, in un paesaggio che sembra una vetrata medievale, e poi negli assolati e rigogliosi paesaggi dei tropici, con le capanne esotiche, le donne indigene, le palme. E la pittura drammatica e intensa di Van Gogh, morto suicida ad appena 37 anni, con le sue potenti pennellate, virgole pastose, cariche di colore puro, che verrebbe quasi da toccare, espressione del suo animo tormentato. Vediamo “Campi di grano in un paesaggio collinare”, “Covone sotto un cielo nuvoloso” e un “Sottobosco”, con i tronchi avvolti dall’edera.
L’itinerario espositivo si chiude con un nutrito gruppo di opere di Monet: i puntini rossi dei papaveri, sentieri in mezzo al verde, la chiesa di S. Giorgio di Venezia al tramonto, il mare che si confonde col cielo; fino alle serie degli ultimi anni, dove uno stesso soggetto (le ninfee o la cattedrale di Rouen) viene replicato secondo diversi contesti di luce, con pennellate veloci e sommarie, in opere semplificate e quasi astratte.
La mostra offre molte suggestioni ed emozioni visive, ci coinvolge e ci fa immergere nella natura, in straordinari paesaggi ricchi di fascino, alcuni sotto cieli infiniti attraversati da nuvole: personalmente mi colpiscono la straordinaria capacità degli artisti nel rappresentare la luce (che sia quella dell’aurora, del tramonto, o quella assolata dei tropici, o quella fredda dei paesaggi nordici) e l’attenta resa atmosferica e meteorologica.

Giorgio Reolon

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